Tutto ciò ha confuso le idee di un popolo che non conosce la sua storia più recente, ma che anzi la ignora del tutto e la consegna in mano a romanzieri, assai desiderosi di scandali, o a politicanti dichiaratamente “di parte”. Per questo ed altro, oggi il 25 Aprile è sinonimo di mero svago. Pochi giorni son trascorsi da questa fondante data, ma davvero molti non sanno il perché di questa Festa Civile, altri lo ricordano a grandi linee, altri ancora lo liquidano con queste (ahimè pessime) stupide parole: «Ma sì, è roba vecchia! C’è altro a cui pensare!» Inoltre, a peggiorare l’ambiente, cresce fortemente la diatriba politica e storiografica, che si concentra o sui partigiani o sui militanti di Salò, su chi e come ricordare o contro chi puntare il dito della giustizia (quale non si sa), su chi rendere gli onori di Stato o su chi assegnare il nome di una via o di un aeroporto. Dilemmi all’italiana, «roba vecchia» appunto. Così l’ignoranza dilaga.
A chiaro esempio: chi di voi tutti – cari storiografi, romanzieri, ben pensanti, amministratori – ha memoria dei bombardamenti americani ed inglesi sulle regioni del centro e del nord Italia, ed anche di quelli nella nostra provincia, che distrussero non solo le aree industriali, ma soprattutto piccoli paesi di campagna, lasciando chiese, case e cimiteri rivoltati e dilaniati, e che fecero troppe vittime innocenti?
La vergognosa verità è questa: ancora oggi centinaia di morti, specie bambini, donne e anziani, non sono ricordati da nessuno, nemmeno dai “revisionisti”, o dai Giovani amici del popolo; a loro nessuna brillante memoria, nessun discorso applaudito di un qualche sindaco o di un segretario illuminato; nemmeno un fiore. Sono morti “scomodi”!
Ho letto l’intervento dei giovani del PD, dei politici di ogni colore e bandiera, ed ho ascoltato il discorso del mio Sindaco. A loro dico una cosa: svegliatevi dalla melassa paranoica delle facili discussioni mediatiche ed elettorali e tornate a leggere seriamente, con gli occhi sinceri,
Il 25 Aprile è una bellissima occasione per parlare di democrazia, di repubblica, di libertà di stampa, di integrazione, di morti: partigiani, fascisti e civili; vorrei un ricordo, semplice ma sentito, di quei morti che nessuno conosce, di quelli a cui la storiografia non assegna un nome e nessuna istituzione assegna un titolo o una medaglia; vorrei un minuto di silenzio per quelli che nella semplicità hanno vissuto quegl’anni infausti, per quegl’ innocenti che non hanno chiesto da che parte stare e son stati uccisi comunque a sangue freddo o sotto le bombe; vorrei più rispetto per quelle vittime usate a favore dei numeri della “storiografia revisionistica”. E lo desidererei da parte di tutti: istituzioni e cittadini, mass-media compresi. Perché
Vivere in una repubblica, essere democratici, significa proprio questo: essere tutti al servizio di ognuno, cari Giovani Democratici, cari politici dai mille colori e caro Sindaco. Ma – questo si sa – è arduo a compiersi.
Quindi, parlare di fascismo, di RSI, dei morti civili è giusto e doveroso quanto parlare dei partigiani e degli Alleati. Non perché io sia un “revisionista” o un missino, ma perché la vera rinascita di un popolo parte inevitabilmente da una memoria collettiva e non dal giudicare a conti fatti sui giusti e sui dannati!
In Italia si è dimenticato il fascismo, in particolare ciò che dicevano i suoi pensatori ed i suoi sostenitori, la sua “rivoluzione”, le sue leggi, la struttura gerarchica che lo sosteneva e le sue origini. Davvero ogni cosa. Chiunque conosce i tratti più folkloristici e la vicenda della Seconda Guerra Mondiale, preceduta dalle disgustose Leggi Razziali del 1938. Il resto è finito nel dimenticatoio, nella noia d’archivio, viene messo in secondo piano, lasciato a storici che ne devono studiare le carte nel silenzio più assoluto, quasi rinnegando il fine divulgativo delle loro ricerche. I risultati si vedono, sia nel recente passato sia nel presente.
Questo è l’Errore che sempre si ripete in Italia. Il fascismo, infatti, vive perché è dimenticato costantemente dai cittadini, dalle istituzioni, dai nostri compiacenti politi, dai manuali di storia e dai circoli culturali. Vive in uno stadio migliore di quello che ci hanno insegnato per anni i libri e i professori a scuola, perché vive nonostante gli sforzi di coloro che lo hanno sempre combattuto, nonostante
Vive nelle leggi “d’equiparazione” presentate e poi negate in toto sia dalla maggioranza sia dall’opposizione, vive nelle bugie e nei vuoti informativi di una stampa disgustosamente prigioniera dei suoi direttori ed editori.
Tutto ciò da linfa vitale al fascismo in tutte le sue numerose componenti, e non solo perché se ne parla poco e male, superficialmente e sempre di meno, ma soprattutto perchè chi ha il diritto e il dovere di ricordarne sempre i tratti fondamentali ne sottovaluta l’importanza e ne nega l’esistenza, preferendo – come già detto e già visto – il solito dibattito: oggi più che mai fine a se stesso.
Ed è giusto questo che serve al fascismo, alla sua subdola e sempre-verde ideologia. Le azioni filo-fasciste che avvengono nella nostra provincia, come nel resto dell’Italia, sono sintomo di un’ignoranza che sconfina nel fanatismo e nel provincialismo identitario, nella ricerca di forti ideologie, nel feroce razzismo e nell’indifferenza generale verso situazioni difficili che ci mettono alla prova, dette di “disagio sociale” (immigrati, mendicanti, diversamente abili, drogati, e altre ancora): il disagio, però, non è loro ma nostro, di tutti noi, ed è dettato da molte paure e da uno smarrimento della società italiana contemporanea davanti alle sue impotenze e ad un passato che non riesce né a capire né a valutare coscientemente.
Così, le parole che Antonio Rubbi, segretario provinciale del Pci, disse durante il discorso celebrativo tenuto al Teatro Verdi di Ferrara il 7 febbraio
LE ACCUSE DEL PARLAMENTO BELGA
CONTRO LE DICHIARAZIONI DEL PAPA SUI PRESERVATIVI
Come hanno riconosciuto autorevoli giornali laici di tutto il mondo, nessun Paese è riuscito a debellare le infezioni di Aids con campagne centrate sull'uso del solo preservativo. Ecco cosa fare.
Il recente viaggio di Benedetto XVI in Africa è stato, purtroppo, accompagnato da polemiche pretestuose sull’Aids. Ciò che più mi ha addolorato è quando hanno detto che il Papa non conosce bene la situazione africana. Affermazione priva di fondamento, oltre che scorretta. Sono convinto che il Papa conosca i problemi degli africani molto meglio di tutti i leader politici occidentali. Sarebbe stato più onesto riconoscere che Benedetto XVI ha una visione del mondo diversa dai politici. Ma i potenti sono corretti solo quando fa loro comodo e, quindi, hanno scelto la strada della propaganda e dell’informazione scorretta o parziale.
Perché la polemica è pretestuosa? Perché non c’è in ballo solo la lotta all’Aids. L’Occidente vuole accreditarsi come l’unico interprete della modernità, il solo ad avere le risposte giuste alle opportunità e alle sfide dei tempi moderni. Chi non è d’accordo è, automaticamente, "arretrato", "fuori dal tempo", "contro la modernità". Cosa di cui si accusa il Papa, cui converrebbe (è così facile!) allinearsi alla mentalità dominante. La Chiesa potrebbe trasformarsi in un club filantropico, in una specie di Croce Rossa internazionale o, meglio ancora, nella religione civile dell’Occidente, come vorrebbero gli atei devoti e i teo-conservatori. Una "religione contro": contro l’islam, contro i catto-comunisti, contro tutti coloro che avanzano qualche critica, o autocritica, nei confronti di un capitalismo senza più etica e valori, che sta trascinando l’Occidente sull’orlo di un abisso.
Tornando all’Aids, bisognerebbe capire come mai questa malattia si sta diffondendo non solo in Africa ma anche a Washington e in alcune capitali occidentali, dove l’uso del profilattico non è certo ostacolato. Quanto ai leader occidentali e alla loro credibilità, davvero c’è chi crede che abbiano a cuore il destino degli uomini, delle donne e dei bambini d’Africa, più del Papa? Non ci saranno di mezzo anche interessi molto concreti, di tipo economico, strategico e militare?
In questi anni, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha erogato prestiti alle nazioni africane in cambio di politiche a favore dell’aborto e a vergognose campagne di sterilizzazione delle donne. Qui da noi ci facciamo scrupoli anche a sterilizzare gatti e cani, perché è contro natura; da loro, invece, sterilizzare le donne africane è "cosa buona". Progresso o neocolonialismo culturale?
Dov’erano i Governi occidentali quando i fondi stanziati a favore dell’economia africana venivano dirottati all’acquisto di armamenti, che alimentano sanguinose guerre tribali? Eravamo forse dalla parte di chi ha venduto quelle armi? Dov’erano questi signori, di destra e di sinistra, in questi decenni in cui i missionari (laici e religiosi), hanno costruito ospedali, scuole, dispensari farmaceutici, pozzi per l’acqua potabile?
Quanti inutili discorsi sugli aiuti all’Africa sono stati fatti nei vertici del G8 dai capi di Governo occidentali, che ora vorrebbero accreditarsi come "buoni samaritani", ma che non perdono occasione per ostentare lusso e potere? Perché i Governi italiani, ormai da anni, continuano a diminuire gli stanziamenti a favore delle Organizzazioni non governative (Ong) che operano nei Paesi del Terzo Mondo? Perché per il 2009 l’Italia ha diminuito del 56 per cento il fondo per l’aiuto pubblico allo sviluppo, che comprende la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria? Perché, ogni anno, circa dieci milioni di bambini africani muoiono di fame o per banali malattie infettive, quando basterebbe a salvarli una fialetta di antibiotico del costo inferiore a un euro?
Possiamo far finta di non sapere queste cose, e continuare a dormire "sogni d’oro" la notte, purché non pretendiamo d’essere una civiltà superiore che "deve" esportare e imporre il suo modello di vita al mondo intero. Davvero è così importante inondare l’Africa di profilattici, o si possono affrontare i problemi da un altro punto di vista?
L’Africa e lo stesso Occidente non trarrebbero alcun vantaggio dalla nostra resa e dall’omologazione alla mentalità dominante, sia essa di destra o di sinistra. La nostra unità e la tenace e affettuosa fedeltà a Santo Padre non verranno mai meno.
La prevenzione è necessaria sempre, a maggior ragione per le malattie che, come l’Aids, non hanno finora la cura appropriata. Siamo tutti d’accordo nel riconoscere che la prevenzione contro l’Aids si ottiene con un comportamento responsabile e bene informato. Ma che cosa significa "comportamento responsabile"? E qui le risposte sono diverse.
La prima, quella sanitaria, prende atto della pratica di comportamenti sessuali a rischio e si limita a raccomandare l’uso del preservativo. La seconda, che possiamo definire ideologica, è quella dei sostenitori del sesso libero che, di fronte all’Aids, si trasformano in fautori del sesso sicuro mediante il preservativo. In realtà, sesso sicuro proprio non è, almeno non lo è come si propaganda. In ambiente scientifico, infatti, si parla di un ampio margine di inefficacia del preservativo, che se non è accompagnato da una oggettiva, cioè scientifica, informazione sulla reale efficacia, inganna le persone e le espone al rischio di contagiarsi e di contagiare. La terza risposta, di indirizzo educativo, mette in questione la cosiddetta libertà sessuale e propone una umanizzazione e responsabilizzazione del comportamento sessuale.
È questo il senso della risposta data da papa Benedetto XVI alla domanda del giornalista, che ha fatto il giro del mondo. «La soluzione può trovarsi in una umanizzazione della sessualità, cioè in un rinnovo spirituale e umano che conduce a un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e a un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello altrui».
È una proposta che mira all’educazione delle coscienze e non può essere oscurata in nome del cosiddetto realismo: la gente di fatto pratica una sessualità disordinata e caotica, quindi – si conclude – l’uso del preservativo ha almeno il merito di ridurre il danno. Al contrario, la propaganda e la diffusione del preservativo hanno anche il demerito di favorire la sessualità disordinata e, quindi, la diffusione dell’Aids. Libertà sessuale e lotta all’Aids non sono conciliabili.
In ogni caso, la Chiesa cattolica, a un realismo rassegnato di fronte a quanti non desistono, comunque, da comportamenti pericolosi per sé e per altri, contrappone un realismo che non si rassegna e indica un modo umano e razionale di vivere la sessualità, rispettosa di sé stessi e degli altri. A quanti inseguono e si adeguano al costume dominante, essa propone un cambiamento. Utopia? No. È, invece, un ideale che sa confrontarsi con la realtà: la comprende ma non la giustifica, perché giustificare significherebbe impedire di crescere.
L’uscita dal flagello dell’Aids per le popolazioni africane ha bisogno di ben altro. Ed è quanto stanno facendo i missionari e le missionarie, persone, singole e associate, movimenti di volontariato, cristiani e laici che uniscono l’amore all’esperienza maturata sul campo. Sono le uniche fonti credibili per indicare la giusta strategia di soluzione per questo come per altri problemi.
Ragion per cui va respinta al mittente anche l’incredibile accusa del Parlamento belga contro Benedetto XVI e le sue considerazioni sull’Aids e il preservativo. Oltre tutto, fatta sulla base di stralci di una breve intervista sull’aereo che lo portava in Africa. È poi evidente, come hanno riconosciuto autorevoli giornali laici di tutto il mondo, che nessun Paese con un’epidemia generalizzata è riuscito a debellare le infezioni con campagne centrate sull’uso del solo preservativo.
Come ha ricordato il Papa, la soluzione è nell’"umanizzazione della sessualità" e nell’assistenza e nelle cure delle persone ammalate. Forse, viene il sospetto che dietro all’insolito attacco a Benedetto XVI ci sia la cattiva coscienza dell’Occidente, che continua a depredare gli africani delle loro risorse naturali, dando in cambio armi e preservativi in abbondanza, con la complicità dei corrotti regimi locali. Le parole del Papa, che ha mostrato una Chiesa vicina alle sofferenze della gente, hanno dato fastidio agli ipocriti potenti, senza scrupoli, che non hanno a cuore le sorti dell’Africa.
Carissimo giovane e carissima giovane,
una parola da amico.
Anche se oggi scrivere lettere sembra non andare più di moda, tuttavia vorrei usare questa strada per entrare in dialogo con te, per raccontarti quello che penso e che mi sta a cuore e per condividere possibilmente una speranza in cui credo personalmente.
Ricordi e sogni di ragazzo
Io sono stato bambino dopo l’ultima guerra. Ho visto le rovine; ho sofferto la paura e la fame; so cosa vuol dire non aver più la casa; mi ricordo le urla di disperazione dei miei vicini di casa all’annuncio della morte di un familiare.
Poi sono venuti l’armistizio, la liberazione, la pace. Soprattutto è tornata la speranza. Non si aveva ancora nulla, ma si guardava avanti; lo Stato non provvedeva né cibo, né mezzi di trasporto; né pensioni; né sanità: bisognava far da soli.
Ma non ci si lamentava di nulla, perché ognuno doveva ricostruire questo Stato. Ciascuno ne era parte. Le poche cose che potemmo poi avere (due scarpe nuove; un palloncino; una cartella per la scuola; un dolce; un po’ di riscaldamento, ecc…) ci davano gioia e gratitudine. Eravamo contenti.
Così ho potuto studiare con impegno, anche se debole di salute. Ho guardato con fiducia alla Nazione che si ricostruiva dal suo sfacelo. Ho capito che anch’io potevo far qualcosa per tale ricostruzione. Sapevo di Nazioni ricche dove c’era abbondanza e sperpero. Ma non avevo tempo per far confronti. Il confronto in me era “la guerra e la pace”, “la fame e la frugalità”, “lo sconforto e la progettualità”, “la paura e l’ardimento”.
E oggi…
Faccio un salto da canguri verso la situazione attuale che ti riguarda. È vero tu oggi hai tante cose: la pace, un po’ di denaro; vestiti, scarpe, mezzi di trasporto, divertimenti, il cibo che desideri, la scuola, ecc…
Spesso per molti la vita ti si presenta così: l’ideale è “farsi vedere”, diventare “velina” = “voglio che mi guardino”; la bussola del comportamento è la moda = “così fan tutti”; i Narcisi riempiono le TV e narcotizzano le masse = “tutto il mondo è attorno a me”; la cultura più praticata è il quiz = “i soldi arrivano facilmente”.
Ma tutto questo cosa porta con sé? Siamo diventati come ricci; ci chiudiamo in noi stessi, ci abbarbichiamo ai nostri diritti; assorbiamo dalla vita ciò che fa per noi, e il resto… vada come vada.
Forse anche tu sei tentato di invidiare i furbi; vedi qualcuno che soffre, ma preferisci non essere coinvolto; vedi i poveri nel mondo, ma senti che la cosa non ti tocca.
Oggi molte persone sono spesso preda ad un sentimento di insoddisfazione di tutto e di tutti. Credo che manchi la cosa più importante: la gioia e la serenità.
Allora vorrei dirti…
Cosa fare per cambiare rotta e riprendere la strada giusta per una società più ordinata, più solidale e in definitiva più umana?
Eccomi a te come vescovo e amico, pronto a mettermi in strada con te ed ogni giovane, per camminare insieme sui sentieri della gioia, quella che nessuno potrà mai toglierci, quella che sorge dal profondo del cuore perché viene come un dono dall’Alto.
La gioia cristiana non è una semplice emozione forte e passeggera, né un’esperienza piacevole come un divertimento. Ecco perché tanti tuoi coetanei sono delusi, perché le emozioni, pur belle, non bastano affatto per riempire una vita. La vera gioia nasce dalla passione di cercare ciò che è vero e proprio perché è vero ti fa bene.
La gioia cristiana non è ingenua! La gioia del cuore ti permette di volgere lo sguardo di speranza sul mondo anche se spesso è lacerato da lotte e violenze. Il dolore e le difficoltà attraversano l’esistenza, ma la gioia ti permette di andare avanti.
La gioia dunque è prima di tutto una pace interiore. Tu hai bisogno di gioia, ma spesso incontri solo il frastuono. Questo ti svuota e ti stanca, quella invece ti ricarica. Tante persone cercano la gioia, e trovano soltanto l’allegria. È troppo poco, perché l’allegria è esteriore, mentre la gioia rimane, anche quando qualcosa va storto.
La gioia vince ogni noia, perché è vita che cammina verso un obiettivo, perché è tempo donato e non preteso, perché è vittoria sulla solitudine.
Non ho intenti propagandistici. Ho solo la missione data da Gesù agli Apostoli: “andate e insegnate ciò che io ho detto”. Il Vangelo infatti è sempre la Parola di Dio, e – di riflesso – è la più efficace verità per l’uomo. Perciò anche per me e per Te.
Non cedere al clima deprimente e istintivo che sembra dominare tutto e tutti nell’attuale società. Grida a Dio: “venga il suo Regno”, e accogli Cristo anche se attorno a te vedi molti che Lo respingono o Lo ostacolano.
Un giorno avrai responsabilità personali, familiari, sociali, politiche. La gioia dell’animo non è accontentarsi in tutto e per tutto, ma è la certezza che non sei solo, che tua vita vale e che puoi farcela. Sei unico e irripetibile! Non lasciarti vivere: fai esplodere la vita in te!
Vedi, lo stile di vita segnalato dal Vangelo, ha in sé un’immensa capacità di riempire i vuoti di esistenza affinché la tua vita non ti sembri “inutilizzata”. Mi ha colpito molto un giovane che, dopo un lungo dialogo, ha detto: “non mi importa niente di niente”. Quanta amarezza e delusione ho colto in quel giovane. Non è bello vivere così, non è giusto. La scommessa che vorrei fare con te è questa: fidati di Cristo!
A questo punto devi cercare amiche ed amici, che condividano con te la nuova esperienza. Ti è necessaria una comunità di persone vive, la Chiesa, dove tra alti e bassi potrai sentire la presenza del Signore con la sua Parola, la sua forza, la sua speranza.
Di tutto questo avrei tanto desiderio di parlare con Te, negli incontri che andiamo organizzando nelle varie zone della diocesi. Io certamente imparo molto da questo contatto con i giovani, perché conosco meglio ciò che pensate, soffrite, desiderate, criticate, chiedete. E spererei di poter offrire qualche utile proposta per il tuo vivere attuale e futuro. Dunque, arrivederci!
Ferrara 11 gennaio 2009 + Paolo, vescovo di Ferrara-Comacchio
Roma, 03/01/2009
Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica di aggressione israelianaLa popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale. Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.
Ma basta con l' impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti. Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.
Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.
Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti senza elettricità perché muoiano.
Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.
Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947. Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l' occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.
Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l'occupazione.
Dio mio in che mondo terribile viviamo!
Luisa Morgantini,
vice presidente del Parlamento Europeo
da Il Corriere della Sera, 22/11/2008
ROMA - È morto a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Nato a Roma il 4 marzo 1930, aveva 78 anni. Alle 17 sarà allestita la camera ardente in Campidoglio. E sempre in Campidoglio si svolgeranno lunedì alle 11.30 i funerali laici.
Resistente partigiano a 13 anni, comunista iscritto già a 14, chiamato a 19 anni da Enrico Berlinguer a ricostruire la Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), Curzi ha vissuto tutta la sua vita fedele, pur senza rigidità, alle idee di gioventù passando con Fausto Bertinotti a Rifondazione Comunista alla fine degli anni '90.
Il suo impegno politico si è svolto all'interno dei mass media, dal primo articolo, quando era ancora adolescente, sull'Unità «clandestina» per raccontare l'assassinio di uno studente da parte di fascisti repubblichini, al ruolo di capo redattore nel mensile della Fgci Gioventù nuova, diretto da Enrico Berlinguer, fino alla vice direzione di Paese Sera, alla direzione del Tg3 e a quella di Liberazione. Curzi ottenne nel 1944, nonostante la minore età, la tessera del Pci.
Tra il '47 e il '48 lavora al settimanale Pattuglia insieme a Giulio Pontecorvo e, nel '49, a la Repubblica d'Italia fino a diventare capo redattore di Gioventù nuova diretta da Enrico Berlinguer. Inviato nel '51 nel Polesine per raccontare le conseguenze dell'alluvione, vi rimane come segretario della Fgci.
Nel '56 fonda Nuova generazione e nel '59 passa all'Unità, organo del Pci per il quale l'anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la fasi dell'indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah. Dopo essere stato direttore dell'Unità, nel 1964 diventa responsabile stampa e propaganda della direzione del Pci. Negli anni '60 collabora fra l'altro alla crescita della radio Oggi in Italia che trasmetteva da Praga ed era seguita in molte parti d'Europa da emigranti italiani.
La stagione più calda, quella del '68 e poi dell'autunno del '69, della strage di Piazza Fontana e dei fatti che seguirono nei primi anni '70, Curzi la seguì da vice direttore di Paese Sera.
Dalla metà degli anni '70 arriva l'impegno con la televisione: entra infatti in Rai nel 1975 con un bando di concorso indetto per l'assunzione di giornalisti di «chiara fama» disposti a lavorare come redattori ordinari e comincia dal Gr1 diretto da Sergio Zavoli.
Nel '76, con Biagio Agnes e Alberto La Volpe, dà vita alla terza rete televisiva della Rai mentre nel 1978 è condirettore del Tg3 diretto da Biagio Agnes. In questa veste "scopre" Michele Santoro e collabora alla realizzazione del programma Samarcanda.
Diventa direttore del Tg3 nel 1987 dando al telegiornale una impronta inconfondibile, veloce e aggressiva che dà voce alle istanze della sinistra italiana interpretando gli umori di una crescente insofferenza verso la cosiddetta prima Repubblica. Soprannominato per questo, dagli avversari politici, «Telekabul» (dalla capitale dell'Afghanistan occupata dall'Urss negli anni '70), il Tg3 cresce in spettatori (da poco più di 300 mila ai 3 milioni del '91) e autorevolezza.
Nel '92 pubblica con Corradino Mineo il libro «Giù le mani dalla Tv» (Sperling e Kupfer) e nel '93, in contrasto con il nuovo consiglio d'amministrazione della cosiddetta Rai dei professori (direttore generale Gianni Locatelli e presidente Claudio Demattè), si dimette. Passa prima a dirigere il Tg dell'allora Tele Montecarlo e poi, dal 1998 al 2005, dirige Liberazione.
Dal 2005, eletto con i voti di Rifondazione, dei Verdi e della sinistra del Pds, era consigliere d'amministrazione della Rai di cui per tre mesi è stato anche presidente in qualità di consigliere anziano, prima di lasciare il posto a Claudio Petruccioli.
Comunista e antifascista convinto, politico abile, Curzi si è spesso distinto per posizioni non banali e non sempre in linea con i diktat di partito: basti pensare alle aperture, allora non scontate, del suo Tg3 alle posizioni di Papa Giovanni Paolo II o, più di recente in Rai, all'astensione sulla proposta di licenziamento del direttore di Rai fiction, Agostino Saccà.
Tra le sue esperienze va ricordata nel '94 la pubblicazione del libro «Il compagno scomodo» (Mondadori) e nel '95 una curiosa partecipazione al Festival di Sanremo dove canta nel gruppo «La riserva indiana» col nome, palesemente autoironico per chi era stato soprannominato Kojak, di grande capo Vento nei Capelli, eseguendo la canzone «Troppo sole». Era sposato dal 1954 con Bruna Bellonzi, anch'essa giornalista. Era padre di Candida Curzi, giornalista dell'Ansa.
Da La Repubblica, 11/11/2008
Gli danno fuoco mentre dorme in strada
in gravi condizioni un clochard di Rimini
RIMINI - Lo hanno cosparso di benzina mentre dormiva su una panchina in via Flaminia, a Rimini, e gli hanno dato fuoco. L'uomo senza fissa dimora si è salvato solo grazie a una ragazza che questa notte, verso l'una, passando sulla strada, lo ha visto avvolto dalle fiamme e ha chiamato il 118.
L'uomo ha riportato ustioni di secondo e terzo grado sul 40 per cento del corpo. E' stato trasportato d'urgenza al reparto grandi ustionati dell'ospedale di Padova. I medici hanno assicurato che la sua vita non è in pericolo ma si sono riservati la prognosi.
Il senzatetto è arrivato vigile in ospedale e ha detto di chiamarsi Andrea Rizzo, 46 anni, di Taranto, ma dovrebbe invece chiamarsi Andrea Severi. L'equivoco è nato anche dal fatto che l'uomo fornisce di solito il cognome di Rizzo che però sembra appartenere a un parente. Ha detto anche, nonostante fosse sotto choc, di essersi svegliato per il grande calore che lo avvolgeva e di non aver notato nessuno nelle vicinanze. Accanto alla panchina sulla quale dormiva è stata rinvenuta dai vigili del fuoco una bottiglia vuota che odorava di liquido infiammabile con il quale probabilmente è stato dato fuoco all'uomo.
Qualunque siano le sue generalità, l'uomo è un senzatetto conosciuto dalle associazioni di volontariato che operano a Rimini, in particolare dalla Capanna di Betlemme che spesso ha avuto contatti con lui anche se si rifiutava di andare a dormire da loro nonostante le ripetute offerte di riparo. Cristian Gianfreda, uno dei volontari dell'associazione, ha detto di conoscerlo, e lo definisce gentile e tranquillo. "Non ha problemi con la giustizia né con qualcuno in particolare. E' solo un individuo con un dramma personale che cerca di scappare da una situazione difficile, tutto qui". Un gruppo di uomini della Capanna è partito per Padova, dove si è recata anche una squadra della polizia scientifica di Rimini per rilevare le impronti digitali dell'uomo e per verificare la sua identità.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 un commando di neofascisti penetrava indisturbato nell'armeria del Viminale, sede del ministero dell'interno, e trafugava duecento mitra.
Nelle stesse ore un'autocolonna di 197 uomini armati, montata su 14 camion si dirigeva sotto la pioggia da Città Ducale verso Roma, mentre da Cremona un reparto di artiglieria, comandato da Amos Spiazzi, convergeva su Sesto San Giovanni.
Era la notte del golpe dell'Immacolata, dell'operazione Tora-Tora, con a capo Iunio Valerio Borghese, con le complicità dell'allora capo del Sid Vito Miceli e di parte dello stato maggiore dell'esercito e dell'arma dei carabinieri.
Il golpe fallì.
Una misteriosa telefonata ai capi della spedizione bloccò l'operazione. Quel contrordine, secondo quanto riferisce la relazione della commissione parlamentare d'inchiesta del 1995 guidata dal senatore Giovanni Pellegrino, sarebbe arrivato proprio da Licio Gelli, uno dei golpisti e capo della loggia P2.
Era venuta meno la disponibilità dell'arma dei carabinieri e non era stato assicurato l'appoggio finale degli Usa.
Gelli, secondo i piani stilati dal principe nero Borghese (che nel marzo dell'anno dopo fuggì nella Spagna franchista dove morì portandosi nella tomba non pochi misteri), avrebbe dovuto arrestare al Quirinale, dove aveva libero accesso, l'allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Licio Gelli nei giorni scorsi è ritornato alla ribalta sfruttando gli schermi di una tv compiacente. Il suo messaggio oracolare è stato subito netto, designando pubblicamente il suo erede politico, colui che sta realizzando il Piano di rinascita democratica elaborato dalla P2: Silvio Berlusconi.
Fantasmi minacciosi riemergono dalla densa fanghiglia che copre la zona d'ombra della nostra Repubblica in uno dei momenti più controversi della storia italiana. Licio Gelli, condannato per bancarotta fraudolenta nel crack dell'Ambrosiano, per depistaggio sulla strage di Bologna, per calunnia ai magistrati. Franchista e repubblichino, uomo dei misteri e dei depistaggi. Grande inquinatore e intossicatore della vita pubblica e burattinaio di uomini delle istituzioni. Nelle sue liste (scoperte dai magistrati Turone e Colombo nel 1981) c'era di tutto. Come è noto, anche Silvio Berlusconi. In compagnia di 52 ufficiali dei carabinieri, 9 dell'aeronautica, 29 della marina, 50 dell'esercito, 37 della guardia di finanza e 6 della polizia. I capi dei servizi segreti. Uomini dell'eversione nera. Giornalisti, magistrati, finanzieri, editori, parlamentari e uomini politici (dal Msi alla Dc passando per il Psi, il Psdi e il Pri), imprenditori. Dopo la scoperta del complotto molti protagonisti si sono inabissati nell'oblio, altri si sono riciclati in silenzio per ricomparire come d'incanto da protagonisti della vita pubblica.
Il progetto politico della P2, secondo le conclusioni della commisione parlamentare d'inchiesta presieduta da Tina Anselmi, prevedeva i magistrati sottoposti al potere politico, lo smantellamento della scuola pubblica, il controllo dei giornali, il declino della Rai a favore delle televisioni private. Per cambiare il volto della Repubblica aveva costruito una struttura occulta che come un cancro stava minando le istituzioni.
Dopo anni Gelli riemerge nell'Italia del revisionismo e del disprezzo verso le regole democratiche. Dominata da un impero mediatico privato che impone l'informazione e i modelli culturali e sociali, da una tirannia esplicita della maggioranza che ha vinto le elezioni, che ha in odio la Resistenza e mal sopporta la Costituzione e i suoi principi, che sta smantellando l'istruzione e la Tv pubblica, che ha dichiarato guerra alla magistratura, agli studenti e agli insegnanti, agli immigrati. Che divide i sindacati. Il piano di Gelli rapidamente si sta realizzando. L'eredita del burattinaio di Pistoia è ora consegnata nelle mani di Silvio Berlusconi, già iscritto alla P2 (numero di tessera 1816) e "che ha la tempra del grande uomo" come l'ex Venerabile ha riconosciuto. Ma per capire quanto sta accadendo non c'era bisogno di aspettare la comparsata televisiva dell'ex capo della massoneria deviata.
Qualcuno definisce Gelli un mestatore di piccolo calibro. Può darsi che lo sia. Ma per la nostra affannata e indebolita democrazia repubblicana, guidata da un governo che ha i neofascisti nella sua maggioranza, anche un vecchio provocatore può aiutare la deriva autoritaria di un'Italia senza anticorpi sufficienti.
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