In my Place

Non c’è Il tempo Il tempo che non c’è. Per vivere la delicatezza. Per accendere una luce sulle mani. Per lasciar respirare gli occhi. Per muovere la lingua in un bacio. Il tempo di una rosa, di un passero di un moribondo. Il tempo di una guarigione. Il tempo che non c’è. Che dobbiamo ritrovare.
lunedì, 11 maggio 2009

Informazioni su e contro questo governo razzista e dittatoriale di Berlusconi - fonte MISNA

L'Italia multietnica e multiculturale e' ''un valore'' ed esiste gia' ''di fatto''. Lo ha detto all'ANSA il segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), monsignor Mariano Crociata, rispondendo in maniera indiretta alle dichiarazioni del presidente del Consiglio e osservando che ''il problema e' invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano'' perche' ''non si cresce insieme in una accozzaglia disordinata e sregolata''. Secondo il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, le questioni legate alla multietnicita' e alla multiculturalita' in Italia ''sono discorsi superati, nel senso che la molteplicita' e' un fatto. Ed e' anche un valore''. ''Il problema - ha avvertito mons. Crociata - e' invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano''. ''Non si cresce insieme - ha spiegato - in un' accozzaglia disordinata e sregolata ma a partire da un tessuto storico, sociale e culturale comune che costituisce il volto, l'identita' di un paese''.


[Appello diffuso da Acli, Caritas Italiana, Centro Astalli, Comunità di S.Egidio, Fondazione Migrantes]

Non servono muri da scavalcare - come ha già ben sottolineato il quotidiano Avvenire – ma solo una legge giusta potrà davvero rendere più sicuri i cittadini. È per questa ragione che, nell’imminenza della conclusione del dibattito parlamentare sul disegno di legge sulla sicurezza, rivolgiamo il nostro appello al governo e ai parlamentari confidando in soluzioni legislative che sappiano coniugare la tutela degli interessi dello stato con il rispetto della dignità umana. La sicurezza dei cittadini, delle loro famiglie e dello stato è infatti un bene prezioso che va perseguito con responsabilità e gestito con misura. A nome di numerose associazioni e organismi cattolici, esprimiamo la nostra viva apprensione per alcune tra le norme proposte che, se approvate, influiranno negativamente sulla vita e la dignità delle persone e persino sul bene della sicurezza che pure esse intenderebbero tutelare. Recentemente, durante il dibattito parlamentare, si è assistito con soddisfazione allo stralcio, dal disegno di legge, di previsioni come quelle che limitavano fortemente, per gli stranieri non in regola con il permesso di soggiorno, l’accesso a servizi fondamentali come la salute e l’istruzione, attraverso le figure dei cosiddetti “presidi-spia” o “medici spia”. Nel testo ancora all’esame della Camera continuano però a permanere previsioni che suscitano perplessità, come, fra le altre, l’introduzione del reato di clandestinità, inidoneo di per sé a sconfiggere il fenomeno dell’immigrazione irregolare e solo gravoso per l’andamento della giustizia, ovvero per le vite di tante persone, che troppo spesso scontano l’estrema rigidità dei canali d’ingresso nel nostro paese ovvero gli eccessivi ritardi nei rilasci e nei rinnovi dei permessi di soggiorno. Inoltre tale reato riproporrà la controversa questione già emersa per medici e presidi, in quanto potrebbe obbligare tutti i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio (fra cui impiegati pubblici, vigili urbani, insegnanti, infermieri, ecc…..) a denunciare uno straniero irregolare. Preoccupante risulta anche il divieto, per gli stranieri privi di permesso di soggiorno residenti in Italia, di effettuare atti di stato civile. Tra le prime conseguenze di questa previsione ci sarebbe l’impossibilità di contrarre matrimonio ovvero di dichiarare la nascita e di riconoscere i propri figli. Quest’ultima norma, in particolare, oltre a poter indurre le madri a gravi pratiche e rischi abortivi, esporrebbe i bimbi, privi di identità, al pericolo di essere tolti ai genitori naturali, dichiarati in stato di abbandono e quindi avviati all’adozione. Né appare condivisibile la reintroduzione nel disegno di legge delle norme sull’allungamento della detenzione amministrativa all’interno dei CIE e sulle ronde cittadine che opportunamente erano state stralciate dal decreto legge sicurezza. Consapevoli della complessità delle sfide, dei problemi e delle risorse che il fenomeno dell’immigrazione comporta, confidiamo nell’ascolto attento e nella riflessione paziente del legislatore, certamente capace di far seguire al dibattito parlamentare il suo iter naturale, rispondendo alle necessità attuali con fermezza, ma anche con lungimiranza e civiltà. La nostra società avverte la necessità di avviare un processo di integrazione, ricostruzione e rafforzamento, ma richiede tuttavia che questo avvenga attraverso un confronto sereno, aperto e paziente, che riguarda il futuro di tutti, senza sacrificare i diritti fondamentali delle persone.


7 FEBBRAIO - “È tempo che in Italia si cominci a parlare seriamente di 'pacchetto integrazione'; è quello che la situazione richiede ed è ciò che chiede anche la maggioranza degli immigrati che vive e lavora onestamente e si sente ignorata”: Franco Pittau, Coordinatore del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes indica alla MISNA la contraddizione insita in un approccio che, dati alla mano, “dà un’enfasi eccessiva alla questione della sicurezza” davanti a un fenomeno che ha bisogno di essere affrontato nel complesso con “politiche sociali”. “I dati demografici dimostrano che la presenza dei migranti in Italia è un fenomeno strutturale e inarrestabile, che ha da tempo trovato le sue vie di inserimento nel lavoro e nella vita di tante famiglie, a beneficio del paese. La legalità è un principio fondamentale e chi delinque va punito, ma c’è la maggioranza onesta che si chiede perché non riceve altrettanta attenzione” continua Pittau. Altri dati sollevano forti perplessità “il fondo per le politiche per l’integrazione è di appena 5 milioni di euro per tutte le regioni d’Italia” continua l’interlocutore, “mentre in Spagna è di 300 milioni e in Germania di 750 milioni. Come ci si può aspettare una società ben integrata se non si investe in questo progetto?”. Di contro, sottolinea Pittau, il governo per il biennio 2008-2010 ha stanziato 535 milioni di euro per la gestione dei centri di prima accoglienza e di identificazione: “Si tratta di 178 milioni l’anno, 36 volte di più di quanto si stanzia per l’integrazione, e questo per un problema che riguarda 10-15.000 persone l’anno”. Servizi sociali e sanitari pensati sulle esigenze dei migranti, più mediatori culturali nelle strutture pubbliche, sostegno all’associazionismo, investimenti nella scuola incluse scuole di italiano, e sfoltimento della burocrazia, che rallenta tanti processi di integrazione, sono gli esempi fatti da Pittau di argomenti a cui si dovrebbe dare più attenzione e risorse. Ma c’è da salvare anche ciò che è stato finora fatto dalle strutture pubbliche e dalla società civile nel campo dell’integrazione; Caritas e Fondazione Migrantes auspicano “il superamento del ‘complesso di Penelope’ – si legge nel Dossier Statico immigrazione 2009 presentato oggi a Roma – che porta lo schieramento politico maggioritario a disfare quanto fatto in precedenza, senza che così possa nascere un minimo comune denominatore libero da logiche ideologiche o partitiche”. Secondo i due organismi ecclesiali, non è la ‘sicurezza’ ma sono “le politiche di integrazione il vero banco di prova degli interventi governativi in questo settore”.


“Criminalizzare i migranti è una misura sproporzionata che rischia di alimentare nel paese tendenze già evidenti di discriminazione e xenofobia rivolti principalmente contro immigrati, Rom e Sinti o cittadini italiani con origini straniere”: è il severo giudizio espresso dal commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, nel suo rapporto sull’Italia presentato oggi a Strasburgo. Nel documento, il commissario si dice “preoccupato per le politiche e le pratiche in materia di immigrazione e il mancato rispetto dei provvedimenti provvisori vincolanti richiesti dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo”. Le autorità, “dovrebbero condannare più fermamente ogni manifestazione di razzismo o di intolleranza e garantire l’effettiva applicazione delle legislazioni anti-discriminazione” prosegue l’autore del rapporto, raccomandando di aumentare il numero di rappresentanti dei gruppi etnici in seno alle forze dell’ordine e di istituire un organismo nazionale indipendente, quale il mediatore, per rafforzare la tutela dei diritti umani. In particolare, secondo il commissario, in Italia permane nei confronti dei Rom “un clima di intolleranza” e le loro condizioni di vita sono in molti casi “inaccettabili” mentre le buone prassi, che esistono a livello locale nel paese dovrebbero essere estese. Il Commissario, che nel luglio scorso pochi mesi dopo un suo sopralluogo in Italia, nel gennaio 2008, aveva steso un memorandum fortemente critico sulle politiche migratorie adottate nel paese, ribadisce inoltre la sua contrarietà al disegno di legge sulla sicurezza pubblica, il cosiddetto ‘Pacchetto sicurezza’ che rischia di avere “effetti negativi sui diritti degli immigrati”. In proposito Hammarberg definisce la recente disposizione adottata dal Senato che consente al personale medico di segnalare alla polizia gli immigrati irregolari che si rivolgono al sistema sanitario “profondamente ingiusta” e “motivo di una loro maggiore emarginazione”. Nel rapporto si esprime preoccupazione anche per la violazione di diritti umani in seguito a “un certo numero di ritorni forzati in Tunisia” imposti per motivi di sicurezza a persone che corrono “gravi rischi di essere torturate nel loro paese”. Il rapporto si conclude con una nota positiva relativa all’adozione, da parte delle autorità, di un programma nazionale di protezione dei minori stranieri non accompagnati e per la ratifica della Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani.


“Il diritto degli stranieri vigente in Italia sta per essere sottoposto ad un altro mutamento profondo. Il succedersi dal 1986 di norme che tentano di regolare l’immigrazione extracomunitaria hanno dimostrato che un Paese come l’Italia che ha migliaia di chilometri di coste su uno dei mari più navigabili e i cui vicini sono Paesi ad elevata pressione emigratoria può mirare ad una equilibrata e lungimirante regolazione del fenomeno migratorio soltanto quando contestualmente alle misure limitative dell’immigrazione irregolare si prevede una disciplina realistica dei flussi di ingresso regolare per lavoro e un aumento delle misure di integrazione sociale degli stranieri regolarmente soggiornanti”: inizia così la lunga analisi della nuova versione del disegno di legge sulla Sicurezza Pubblica (meglio noto come ‘Pacchetto Sicurezza’) realizzata da Paolo Bonetti, professore associato di diritto costituzionale nell’Università degli studi di Milano-Bicocca, membro del Consiglio direttivo dell’ASGI, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. In 12 pagine, Bonetti passa in rassegna gli aspetti più controversi (oltre che da un punto di vista etico e morale, da un punto di vista strettamente legale) della nuova legge, che la prossima settimana verrà discussa in tre ‘tronconi’ in Parlamento e che, nonostante siano state cancellate alcune delle norme più controverse, hanno portato alcuni a definire il ‘pacchetto sicurezza’ una sorta di nuove “leggi razziali”. A cominciare dall’intenzione di introdurre il reato di clandestinità. “Poco efficaci e alla fine controproducenti – prosegue Bonetti nell’introduzione alla sua analisi - si sono invece dimostrate tutte le norme che hanno voluto impedire l’immigrazione extracomunitaria con l’aumento della repressione dell’immigrazione irregolare, con la limitazione delle misure di integrazione sociale degli stranieri regolarmente soggiornanti e con la cessazione degli ingressi regolari per lavoro. Occorre invece osservare che le medesime illusioni che si sono dimostrate del tutto controproducenti in passato caratterizzano le nuove misure. Infatti dopo la decisione del Governo in carica di non adottare per il 2009 nuovi decreti di determinazione delle quote di ingresso per lavoro non stagionale le norme che il Parlamento si accinge ad approvare con la presunta finalità di assicurare la sicurezza pubblica si caratterizzano per una duplice chiave restrittiva: 1) introducono una severa restrizione delle possibilità di integrazione sociale degli stranieri regolarmente soggiornanti (restringendo i ricongiungimenti familiari e rendendo più severi requisiti e termini per ottenerli, limitando l’acquisto della cittadinanza italiana per matrimonio, esigendo nuovi tributi per le domande di cittadinanza e di rilascio e di rinnovo dei permessi di soggiorno) 2) aumentano in modo forte le misure di prevenzione e repressione dell’immigrazione irregolare”.


Firmato da Amnesty International Italia, Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Consiglio italiano per i rifugiati, Medici Senza Frontiere, Save the Children e Società italiana di medicina delle migrazioni, riceviamo e pubblichiamo:

“Alla vigilia del voto in Aula alla Camera dell’ultima parte del cosiddetto “pacchetto sicurezza” (ddl 2180), le organizzazioni di tutela dei diritti esprimono profonda preoccupazione per le barriere all'esercizio di alcuni diritti fondamentali da parte dei migranti, che sorgerebbero con l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale previsto dall’articolo 21 del disegno di legge in discussione. Stabilire che fare ingresso o risiedere irregolarmente in Italia equivale a violare la legge penale significa infatti rendere obbligatoria la denuncia del migrante che si trovi in tale situazione da parte di ogni pubblico ufficiale (art. 361 c.p.) o incaricato di pubblico servizio (art. 362 c.p.) che ne venga a conoscenza. Le organizzazioni firmatarie sono fortemente preoccupate dal fatto che i migranti, per timore di essere denunciati con conseguenze di rilievo penale, sarebbero indotti a sottrarsi al contatto con tutti gli incaricati di pubblico servizio, in qualunque ambito, innescando un’allarmante situazione di compromissione dei diritti fondamentali. Il timore di avvicinarsi a ogni tipo di servizio pubblico escluderebbe dall’accesso all’assistenza e ai diritti soprattutto le fasce più deboli della popolazione migrante, quali le vittime di tratta, i minori e le altre persone vulnerabili. Ne sarebbero probabilmente anche colpiti coloro che hanno una situazione di soggiorno regolare ma precaria. Ad esempio, per sottrarsi al pericolo di denuncia da parte dell’ufficiale di stato civile, il genitore straniero privo di permesso di soggiorno potrebbe evitare di registrare la nascita del figlio o di perfezionare il procedimento di riconoscimento dello stesso (il permesso di soggiorno per gravidanza è rilasciato alla madre, in virtù di quanto previsto dal TU immigrazione, solo se munita di passaporto o documento equipollente, ipotesi che spesso non si verifica). A causa del mancato riconoscimento, potrebbero aprirsi procedure di adottabilità di questi minori, con conseguenze anche gravi, sul diritto del minore, universalmente riconosciuto, a vivere e crescere insieme alla propria famiglia. Oppure potrebbero verificarsi situazioni in cui la madre, consapevole del rischio della denuncia sia indotta a partorire in casa, con evidenti rischi per la salute sua e del nascituro. Proprio l'ambito socio-sanitario ed assistenziale è particolarmente sensibile, infatti il rischio di denuncia creerebbe fra gli immigrati privi di permesso di soggiorno e bisognosi di cure mediche una reazione di paura che ne ostacolerebbe l'accesso alle strutture sanitarie. Oltre a gravare di un ulteriore peso l'apparato giudiziario, l'introduzione del reato di soggiorno illegale sembra inoltre smentire la Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri ancor prima di una sua attuazione in Italia. Tale direttiva infatti privilegia il rimpatrio volontario dello straniero prima dell'applicazione della misura di allontanamento coattivo, prevedendo di non applicare tali possibilità solo agli stranieri per i quali il rimpatrio sia sanzione penale o conseguenza di una sanzione penale. Poiché, con evidente paradosso, in Italia, tutte le espulsioni sarebbero comunque disposte quale conseguenze della condanna per il reato di ingresso e soggiorno irregolare, ogni ipotesi di rimpatrio volontario sarebbe negata alla radice, in chiaro contrasto con la citata norma comunitaria. Per le ragioni sopra esposte, le sottoscritte associazioni ed enti auspicano che un dibattito aperto e approfondito sull’articolo 21 non sia impedito dal ricorso al voto di fiducia e rivolgono un forte appello ai deputati di tutti gli schieramenti affinché chiedano lo stralcio dell'art. 21 dal disegno di legge, ovvero, esprimano voto negativo sugli articoli rilevanti, se posti in votazione”.


Adattato da 'Redattore Sociale', testata giornalistica promossa dalla Comunità di Capodarco:

E' stato approvato nell’ultima seduta plenaria del parlamento europeo per la legislatura 2004/2009 il "pacchetto asilo", insieme di testi legislativi per migliorare il sistema comunitario d’asilo e i diritti dei richiedenti. Il primo rapporto del pacchetto (del socialista spagnolo Anotnio Massip Hidalgo) definisce i diritti dei richiedenti asilo e le condizioni d’accoglienza in termini d’alloggio, nutrizione, cure sanitarie e assistenza psicologica, libertà di movimento e diritto al lavoro (da garantirsi entro sei mesi dalla presentazione della domanda) e all’educazione (entro tre mesi). Previste disposizioni particolari per la protezione degli individui vulnerabili, come le donne incinte, i minori accompagnati e non, le vittime di tratta o tortura (inclusa la mutilazione genitale). Nello stesso rapporto viene anche regolamentata la detenzione amministrativa. Questa viene proibita per i minori non accompagnati, e dev’essere stabilita caso per caso (non in massa). La detenzione deve svolgersi in centri non carcerari appositi e potrà essere ordinata soltanto dagli organi giudiziari entro le 72 ore successive all’identificazione. Passato questo tempo, il richiedente dovrà essere rilasciato immediatamente. L’assistenza giuridica dovrà essere assicurata in tutte le fasi in una lingua comprensibile dal richiedente. Nel rapporto di Jeanine Hennis-Plasschaert (liberale olandese) si definiscono invece i principi per la condivisione dell’onere (burden sharing) dell’accoglienza tra i 27 Stati UE, migliorando le disposizioni del regolamento di Dublino del 2003. Si prevede la possibilità di rialloggiare i richiedenti asilo da un paese all’altro in base alle possibilità di accoglienza offerte, rispettando i diritti dei richiedenti soprattutto per quanto riguarda l’assistenza giuridico-linguistica e il ricongiungimento famigliare. Viene anche prevista l’introduzione di squadre europee d’assistenza per le emergenze migratorie. Il terzo rapporto (del romeno Nicolae Vlad Popa) definisce il funzionamento della banca dati elettronica ‘Eurodac’, il cui scopo è evitare che un richiedente presenti domanda in più di uno Stato Ue (‘asylum shopping’) grazie alla raccolta delle impronte digitali. Infine, il rapporto di Jean Lambert (Verdi inglesi) prevede la creazione di un ufficio europeo d’assistenza in materia d’asilo. I suoi compiti saranno principalmente di coordinamento dell’assistenza tra Stati membri (anche per quanto riguarda la segnalazione di emergenze e il rialloggio). L’ufficio provvederà inoltre alla formazione dei funzionari nazionali che si occupano d’asilo in collaborazione con le organizzazioni non governative del settore e l’Alto commisariato Onu per i rifugiati.

L’approvazione del pacchetto, in coincidenza col respingimento verso la Libia di 227 migranti diretti in Europa e con l’imminente approvazione del decreto sicurezza italiano, ha provocato reazioni accese da parte degli esponenti italiani presenti a Strasburgo che sottolineando il disprezzo nei confronti delle norme europee appena approvate, si augurano che "queste norme discriminatorie non divengano mai legge e non costringano la Corte costituzionale a dichiararle illegittime, non escludendo che a farlo sia l'Unione Europea stessa. A dimostrazione del rischio effettivo di messa in infrazione per l’Italia se verrà approvato il pacchetto sicurezza, arriva anche un richiamo alla Commissione affinché garantisca (pena l’apertura di una procedura di infrazione) che tutti gli stati membri rispettino le procedure per l’accoglienza.


“ Se questo presunto reato di clandestinità non viene in qualche modo modificato, subiremo delle conseguenze notevoli non soltanto per quanto riguarda gli immigrati, ma anche per quanto riguarda i diritti fondamentali quali quelli – appunto – della salute o dell’istruzione”: lo ha detto padre Gianromano Gnesotto, direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati esteri in Italia e dei profughi della Conferenza episcopale italiana (Cei) in un’intervista rilasciata alla Radio Vaticana. “Indubbiamente – ha proseguito padre Gnesotto - nel dibattito politico sembra che questo sia un punto che alcune forze politiche tengono fermo. Forse potrebbe essere in qualche modo trovata una via di mezzo, distinguendo tra coloro che entrano nel territorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera, e coloro che – invece – essendo entrati anche regolarmente nel territorio e poi, per molte ragioni, hanno visto il loro permesso non rinnovato e in quanto tali, irregolari – ecco, per questi bisognerebbe avere forse un occhio particolare senza l’applicazione di questa fattispecie di reato”. Il direttore dell’Ufficio migranti della Cei prosegue poi sottolineando come la norma contribuisca a creare “cittadini di serie B” in Italia. “Non soltanto “di serie B”, ma persone che non vengono tutelate e alle quali determinati diritti fondamentali vengono di fatto negati. Quindi, più che cittadini “di serie B”, qui si tratta di una discriminante tra persone e non-persone. Ora, mi pare che il grande snodo culturale che in qualche modo è terremotato, qui in Italia, è appunto quello di guardare all’immigrato primariamente come ad una persona, in quanto tale depositaria di diritti fondamentali che non possono essere assolutamente negati perché togliere i diritti ad alcune persone, in qualche modo impoverisce tutti!”



[Pubblicato sul bimestrale dei missionari Scalabriniani, il testo che segue è a firma di Bruno Mioli]

Dando uno sguardo globale a quanto succede oggi in Italia, forse più che in altri Paesi d’Europa, a confronto degli immigrati, viene proprio da pensare a una “triplice alleanza” nei loro confronti. Non come la Triplice Alleanza stipulata nel 1892 dall’Italia con la Germania e l’Impero austro-ungarico, di carattere dichiaratamente difensivo; si è oggi di fronte a un’alleanza marcatamente offensiva verso un avversario pacifico, impotente, per nulla agguerrito, armato soltanto di una grande voglia di poter sopravvivere e di non spegnere ogni speranza: e questo avversario sarebbe l’immigrato; sarebbe lui il fantasma che ci carica di paure e di allarmi, che minaccia alla radice la nostra sicurezza, che si infiltra come flusso limaccioso ad inquinare la nostra identità italiana e perfino cristiana. Che certuni di loro, in particolare di tre o quattro etnie, si macchino di reati anche clamorosi e vadano ad intasare le nostre carceri, è un dato innegabile e da tutti deprecato, del resto non succedeva diversamente con i nostri emigrati italiani. Che però si faccia di ogni erba un fascio, che si enfatizzi questa scheggia impazzita della migrazione fino a gettare un’ombra di discredito su tutta la massa di immigrati, rendendo - nella mentalità comune - sempre più stretto il rapporto, fin quasi all’identificazione, fra migrazione e criminalità, questo proprio non va; è peccato contro verità e giustizia. Si parla naturalmente di chi lo fa a occhi aperti, studiosamente con l’intento di guadagnare consensi alla propria ideologia o parte politica. Non si parla di chi è vittima più che autore di queste manovre, di chi si lascia coinvolgere acriticamente od anche travolgere da questo vento impetuoso, senza rendersi conto che chi semina vento prima o poi raccoglie tempesta. Ma veniamo al dunque: qual è questa triplice alleanza, chi ne sono i componenti? Diciamo subito: sono certe forze politiche, sono i mass media, è la gente comune, chiamiamola pure l’opinione pubblica. Anzitutto le forze politiche, quelle che hanno la responsabilità di governo. Nel precedente articolo su Scalabriniani “La spada di Damocle sulla testa degli immigrati” si elencava una lunga serie di provvedimenti contenuti nel disegno di legge sicurezza già approvato dal Senato che per eufemismo possiamo chiamare restrittivi verso gli immigrati, ma che effettivamente sono discriminatori e vessatori; ve ne possiamo aggiungere come il prelievo delle impronte digitali ai rom e sinti, anche ai loro bambini; lo smantellamento dei loro campi senza proporre soluzioni alternative perché abbiano un tetto; le classi differenziali per alunni stranieri che non sono al livello linguistico degli italiani; e finalmente quel decreto legge che istituiva le ronde e prolungava fino a sei mesi l’internamento dei “clandestini” nei centri di identificazione e di espulsione, due provvedimenti che per fortuna non sono giunti, almeno per ora, all’approvazione definitiva.È un complesso di disposizioni vessatorie, che hanno alle spalle tutta una campagna elettorale di questo tono, intesa a fare dell’immigrato e non soltanto dell’irregolare, il capro espiatorio di tanti nostri mali, origine di tante nostre insicurezze e paure, lo spauracchio da tenere il più possibile lontano. Con questa forze politiche si sta allineando tanta parte del mondo dell’informazione: il grande risalto dato ai fatti di cronaca nera, alle manifestazioni contro gli immigrati o i rom, le dicerie che vengono riportate senza sottoporle a un serio vaglio critico e cose del genere.
Basti un esempio: qualche mese fa è stata presentata la pubblicazione a cura della F. Migrantes: “Le zingare rapitrici”; una ricerca condotta da docenti universitari sui casi di incriminazione delle zingare per furto di bambini negli ultimi vent’anni. Dei tanti casi deferiti al tribunale nessuno si è concluso con una condanna, segno che a monte della delazione non c’erano prove serie, ma solo dicerie frutto di fine malizia o di fantasia.
È una grossa tentazione dare il pasto al pubblico, quale surrogato della verità, il sensazionale che alimenta disinformazione e pregiudizi, e per di più carica di malumori capaci di esplodere in veri e propri atti persecutori. Terzo alleato è il pubblico, la gente comune che facilmente assorbe senza un sufficiente vaglio critico quanto legge e quanto sente e con altrettanta facilità si lascia irretire da certe propagande politiche, particolarmente in occasione di eventi elettorali. È difficile in questi contesti: “vox populi vox Dei”. Preoccupa che in questa ondata venga coinvolta anche la comunità cristiana, la quale rischia di adeguarsi all’andazzo comune, anziché dare forte testimonianza del Vangelo, soprattutto in fatto di culto della verità e della carità, anche sotto forma di comprensione e di accoglienza per il diverso. Dunque forze politiche, mezzi di informazione, opinione pubblica: una triplice alleanza sulla quale come cristiani siamo chiamati a vigilare, non per puntare il dito di condanna ma per salvaguardare i principi irrinunciabili di una elementare saggezza umana, ispirati per di più al Vangelo. Non servono indebiti allarmismi, non serve però nemmeno la sapienza dello struzzo. Ce ne ha dato avvertimento più volte anche il Presidente della CEI, il Card. Angelo Bagnasco, particolarmente nella prolusione al Consiglio Episcopale Permanente dello scorso settembre. Alcune sue affermazioni meritano di essere prese in considerazione: Il fenomeno dell’immigrazione resta uno degli ambiti più critici della nostra vita nazionale. Se fino a ieri eravamo giunti ad una presenza tutto considerato significativa di immigrati sul nostro territorio, senza spaccature sociali o situazioni drammaticamente fuori controllo, è perché alla prova dei fatti il temperamento del nostro popolo si lascia filtrare da una secolare cultura dell’accoglienza e di rispetto per il fratello – per quanto diverso – in difficoltà”. Stiamo dunque tranquilli? No, c’è qualche sintomo di malessere: “Su questo fronte tuttavia nell’ultimo periodo stanno emergendo qua e là segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte della collettività ai vari livelli non sottovalutare. Vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono”. Facciamo nostri, come cristiani, questi motivi di preoccupazione e rimbocchiamoci le maniche per rompere, anzi per orientare verso il meglio, questa triplice alleanza.
postato da coccolo alle ore 07:40 | link | commenti
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martedì, 05 maggio 2009

Un popolo senza Memoria - Come indebolire la libertà alla base della democrazia

Il 25 Aprile di sessantaquattro anni fa, l’Italia del Nord era finalmente liberata dall’orribile incubo nazista e dagli alleati dell’RSI, la Repubblica Sociale Italiana. Mussolini fu catturato pochi giorni dopo: rapidamente giustiziato ed ucciso, fu poi appeso per i piedi come un animale da macello ed issato in piazza Loreto a Milano. Questa triste pagina della storia italiana si conosce così, a grandi linee, certi particolari non sono ancora chiari e la storiografia post-bellica (vicina a Pci, Psi, e Dc filo-americana) ha contribuito a dimenticare, sottolineando solamente le eroiche imprese partigiane ed alleate, quelle vicende macabre e quei delicati passaggi che segnarono la fine della guerra civile in Italia. Negli ultimi anni, al contrario, un “revisionismo” poco storico e molto ideologico ha fatto breccia nelle menti avvezze di molti cittadini, servendosi di crimini sepolti per decenni commessi dai partigiani, di innocenti civili uccisi dalle “bande rosse” per rappresaglia e di giovani fascisti torturati, trucidati e dimenticati chissà dove.

Tutto ciò ha confuso le idee di un popolo che non conosce la sua storia più recente, ma che anzi la ignora del tutto e la consegna in mano a romanzieri, assai desiderosi di scandali, o a politicanti dichiaratamente “di parte”. Per questo ed altro, oggi il 25 Aprile è sinonimo di mero svago. Pochi giorni son trascorsi da questa fondante data, ma davvero molti non sanno il perché di questa Festa Civile, altri lo ricordano a grandi linee, altri ancora lo liquidano con queste (ahimè pessime) stupide parole: «Ma sì, è roba vecchia! C’è altro a cui pensare!» Inoltre, a peggiorare l’ambiente, cresce fortemente la diatriba politica e storiografica, che si concentra o sui partigiani o sui militanti di Salò, su chi e come ricordare o contro chi puntare il dito della giustizia (quale non si sa), su chi rendere gli onori di Stato o su chi assegnare il nome di una via o di un aeroporto. Dilemmi all’italiana, «roba vecchia» appunto. Così l’ignoranza dilaga.

A chiaro esempio: chi di voi tutti – cari storiografi, romanzieri, ben pensanti, amministratori – ha memoria dei bombardamenti americani ed inglesi sulle regioni del centro e del nord Italia, ed anche di quelli nella nostra provincia, che distrussero non solo le aree industriali, ma soprattutto piccoli paesi di campagna, lasciando chiese, case e cimiteri rivoltati e dilaniati, e che fecero troppe vittime innocenti?

La vergognosa verità è questa: ancora oggi centinaia di morti, specie bambini, donne e anziani, non sono ricordati da nessuno, nemmeno dai “revisionisti”, o dai Giovani amici del popolo; a loro nessuna brillante memoria, nessun discorso applaudito di un qualche sindaco o di un segretario illuminato; nemmeno un fiore. Sono morti “scomodi”!

Ho letto l’intervento dei giovani del PD, dei politici di ogni colore e bandiera, ed ho ascoltato il discorso del mio Sindaco. A loro dico una cosa: svegliatevi dalla melassa paranoica delle facili discussioni mediatiche ed elettorali e tornate a leggere seriamente, con gli occhi sinceri, la Storia e la Costituzione; difendetele, vivendo pienamente la loro esperienza e i loro insegnamenti.

Il 25 Aprile è una bellissima occasione per parlare di democrazia, di repubblica, di libertà di stampa, di integrazione, di morti: partigiani, fascisti e civili; vorrei un ricordo, semplice ma sentito, di quei morti che nessuno conosce, di quelli a cui la storiografia non assegna un nome e nessuna istituzione assegna un titolo o una medaglia; vorrei un minuto di silenzio per quelli che nella semplicità hanno vissuto quegl’anni infausti, per quegl’ innocenti che non hanno chiesto da che parte stare e son stati uccisi comunque a sangue freddo o sotto le bombe; vorrei più rispetto per quelle vittime usate a favore dei numeri della “storiografia revisionistica”. E lo desidererei da parte di tutti: istituzioni e cittadini, mass-media compresi. Perché la Storia li valuta e li ricorda tutti quanti assieme.

Vivere in una repubblica, essere democratici, significa proprio questo: essere tutti al servizio di ognuno, cari Giovani Democratici, cari politici dai mille colori e caro Sindaco. Ma – questo si sa – è arduo a compiersi.

Quindi, parlare di fascismo, di RSI, dei morti civili è giusto e doveroso quanto parlare dei partigiani e degli Alleati. Non perché io sia un “revisionista” o un missino, ma perché la vera rinascita di un popolo parte inevitabilmente da una memoria collettiva e non dal giudicare a conti fatti sui giusti e sui dannati!

In Italia si è dimenticato il fascismo, in particolare ciò che dicevano i suoi pensatori ed i suoi sostenitori, la sua “rivoluzione”, le sue leggi, la struttura gerarchica che lo sosteneva e le sue origini. Davvero ogni cosa. Chiunque conosce i tratti più folkloristici e la vicenda della Seconda Guerra Mondiale, preceduta dalle disgustose Leggi Razziali del 1938. Il resto è finito nel dimenticatoio, nella noia d’archivio, viene messo in secondo piano, lasciato a storici che ne devono studiare le carte nel silenzio più assoluto, quasi rinnegando il fine divulgativo delle loro ricerche. I risultati si vedono, sia nel recente passato sia nel presente.

Questo è l’Errore che sempre si ripete in Italia. Il fascismo, infatti, vive perché è dimenticato costantemente dai cittadini, dalle istituzioni, dai nostri compiacenti politi, dai manuali di storia e dai circoli culturali. Vive in uno stadio migliore di quello che ci hanno insegnato per anni i libri e i professori a scuola, perché vive nonostante gli sforzi di coloro che lo hanno sempre combattuto, nonostante la Repubblica, la Costituzione, il bicameralismo, nonostante il comunismo ed il socialismo, nonostante il ’68 ed i sindacati, nonostante i passati Anni di Piombo, nonostante Tangentopoli e l’attuale “bipolarismo” ( o forse bipartitismo ?).

Vive nelle leggi “d’equiparazione” presentate e poi negate in toto sia dalla maggioranza sia dall’opposizione, vive nelle bugie e nei vuoti informativi di una stampa disgustosamente prigioniera dei suoi direttori ed editori.

Tutto ciò da linfa vitale al fascismo in tutte le sue numerose componenti, e non solo perché se ne parla poco e male, superficialmente e sempre di meno, ma soprattutto perchè chi ha il diritto e il dovere di ricordarne sempre i tratti fondamentali ne sottovaluta l’importanza e ne nega l’esistenza, preferendo – come già detto e già visto – il solito dibattito: oggi più che mai fine a se stesso.

Ed è giusto questo che serve al fascismo, alla sua subdola e sempre-verde ideologia. Le azioni filo-fasciste che avvengono nella nostra provincia, come nel resto dell’Italia, sono sintomo di un’ignoranza che sconfina nel fanatismo e nel provincialismo identitario, nella ricerca di forti ideologie, nel feroce razzismo e nell’indifferenza generale verso situazioni difficili che ci mettono alla prova, dette di “disagio sociale” (immigrati, mendicanti, diversamente abili, drogati, e altre ancora): il disagio, però, non è loro ma nostro, di tutti noi, ed è dettato da molte paure e da uno smarrimento della società italiana contemporanea davanti alle sue impotenze e ad un passato che non riesce né a capire né a valutare coscientemente.

Così, le parole che Antonio Rubbi, segretario provinciale del Pci, disse durante il discorso celebrativo tenuto al Teatro Verdi di Ferrara il 7 febbraio 1971, in occasione del 50° anniversario della fondazione del partito, suonano oggi, più che mai, dettate nel profondo da un’esperienza personale e storica che – fino a prova contraria – non ha più seguito in noi: «L’onta del fascismo era lavata per sempre e quelle forze che lo avevano logorato ed eroso ed ora schiantato, non potevano concedersi nessuna tregua» Purtroppo per noi, finirono per concedersela.

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mercoledì, 22 aprile 2009

LIBERTÀ SESSUALE E LOTTA ALL’AIDS

LE ACCUSE DEL PARLAMENTO BELGA

CONTRO LE DICHIARAZIONI DEL PAPA SUI PRESERVATIVI

Come hanno riconosciuto autorevoli giornali laici di tutto il mondo, nessun Paese è riuscito a debellare le infezioni di Aids con campagne centrate sull'uso del solo preservativo. Ecco cosa fare.

Il recente viaggio di Benedetto XVI in Africa è stato, purtroppo, accompagnato da polemiche pretestuose sull’Aids. Ciò che più mi ha addolorato è quando hanno detto che il Papa non conosce bene la situazione africana. Affermazione priva di fondamento, oltre che scorretta. Sono convinto che il Papa conosca i problemi degli africani molto meglio di tutti i leader politici occidentali. Sarebbe stato più onesto riconoscere che Benedetto XVI ha una visione del mondo diversa dai politici. Ma i potenti sono corretti solo quando fa loro comodo e, quindi, hanno scelto la strada della propaganda e dell’informazione scorretta o parziale.

Perché la polemica è pretestuosa? Perché non c’è in ballo solo la lotta all’Aids. L’Occidente vuole accreditarsi come l’unico interprete della modernità, il solo ad avere le risposte giuste alle opportunità e alle sfide dei tempi moderni. Chi non è d’accordo è, automaticamente, "arretrato", "fuori dal tempo", "contro la modernità". Cosa di cui si accusa il Papa, cui converrebbe (è così facile!) allinearsi alla mentalità dominante. La Chiesa potrebbe trasformarsi in un club filantropico, in una specie di Croce Rossa internazionale o, meglio ancora, nella religione civile dell’Occidente, come vorrebbero gli atei devoti e i teo-conservatori. Una "religione contro": contro l’islam, contro i catto-comunisti, contro tutti coloro che avanzano qualche critica, o autocritica, nei confronti di un capitalismo senza più etica e valori, che sta trascinando l’Occidente sull’orlo di un abisso.

Tornando all’Aids, bisognerebbe capire come mai questa malattia si sta diffondendo non solo in Africa ma anche a Washington e in alcune capitali occidentali, dove l’uso del profilattico non è certo ostacolato. Quanto ai leader occidentali e alla loro credibilità, davvero c’è chi crede che abbiano a cuore il destino degli uomini, delle donne e dei bambini d’Africa, più del Papa? Non ci saranno di mezzo anche interessi molto concreti, di tipo economico, strategico e militare?

In questi anni, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha erogato prestiti alle nazioni africane in cambio di politiche a favore dell’aborto e a vergognose campagne di sterilizzazione delle donne. Qui da noi ci facciamo scrupoli anche a sterilizzare gatti e cani, perché è contro natura; da loro, invece, sterilizzare le donne africane è "cosa buona". Progresso o neocolonialismo culturale?

Dov’erano i Governi occidentali quando i fondi stanziati a favore dell’economia africana venivano dirottati all’acquisto di armamenti, che alimentano sanguinose guerre tribali? Eravamo forse dalla parte di chi ha venduto quelle armi? Dov’erano questi signori, di destra e di sinistra, in questi decenni in cui i missionari (laici e religiosi), hanno costruito ospedali, scuole, dispensari farmaceutici, pozzi per l’acqua potabile?

Quanti inutili discorsi sugli aiuti all’Africa sono stati fatti nei vertici del G8 dai capi di Governo occidentali, che ora vorrebbero accreditarsi come "buoni samaritani", ma che non perdono occasione per ostentare lusso e potere? Perché i Governi italiani, ormai da anni, continuano a diminuire gli stanziamenti a favore delle Organizzazioni non governative (Ong) che operano nei Paesi del Terzo Mondo? Perché per il 2009 l’Italia ha diminuito del 56 per cento il fondo per l’aiuto pubblico allo sviluppo, che comprende la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria? Perché, ogni anno, circa dieci milioni di bambini africani muoiono di fame o per banali malattie infettive, quando basterebbe a salvarli una fialetta di antibiotico del costo inferiore a un euro?

Possiamo far finta di non sapere queste cose, e continuare a dormire "sogni d’oro" la notte, purché non pretendiamo d’essere una civiltà superiore che "deve" esportare e imporre il suo modello di vita al mondo intero. Davvero è così importante inondare l’Africa di profilattici, o si possono affrontare i problemi da un altro punto di vista?

L’Africa e lo stesso Occidente non trarrebbero alcun vantaggio dalla nostra resa e dall’omologazione alla mentalità dominante, sia essa di destra o di sinistra. La nostra unità e la tenace e affettuosa fedeltà a Santo Padre non verranno mai meno.

 

La prevenzione è necessaria sempre, a maggior ragione per le malattie che, come l’Aids, non hanno finora la cura appropriata. Siamo tutti d’accordo nel riconoscere che la prevenzione contro l’Aids si ottiene con un comportamento responsabile e bene informato. Ma che cosa significa "comportamento responsabile"? E qui le risposte sono diverse.

La prima, quella sanitaria, prende atto della pratica di comportamenti sessuali a rischio e si limita a raccomandare l’uso del preservativo. La seconda, che possiamo definire ideologica, è quella dei sostenitori del sesso libero che, di fronte all’Aids, si trasformano in fautori del sesso sicuro mediante il preservativo. In realtà, sesso sicuro proprio non è, almeno non lo è come si propaganda. In ambiente scientifico, infatti, si parla di un ampio margine di inefficacia del preservativo, che se non è accompagnato da una oggettiva, cioè scientifica, informazione sulla reale efficacia, inganna le persone e le espone al rischio di contagiarsi e di contagiare. La terza risposta, di indirizzo educativo, mette in questione la cosiddetta libertà sessuale e propone una umanizzazione e responsabilizzazione del comportamento sessuale.

È questo il senso della risposta data da papa Benedetto XVI alla domanda del giornalista, che ha fatto il giro del mondo. «La soluzione può trovarsi in una umanizzazione della sessualità, cioè in un rinnovo spirituale e umano che conduce a un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e a un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello altrui».

È una proposta che mira all’educazione delle coscienze e non può essere oscurata in nome del cosiddetto realismo: la gente di fatto pratica una sessualità disordinata e caotica, quindi – si conclude – l’uso del preservativo ha almeno il merito di ridurre il danno. Al contrario, la propaganda e la diffusione del preservativo hanno anche il demerito di favorire la sessualità disordinata e, quindi, la diffusione dell’Aids. Libertà sessuale e lotta all’Aids non sono conciliabili.

In ogni caso, la Chiesa cattolica, a un realismo rassegnato di fronte a quanti non desistono, comunque, da comportamenti pericolosi per sé e per altri, contrappone un realismo che non si rassegna e indica un modo umano e razionale di vivere la sessualità, rispettosa di sé stessi e degli altri. A quanti inseguono e si adeguano al costume dominante, essa propone un cambiamento. Utopia? No. È, invece, un ideale che sa confrontarsi con la realtà: la comprende ma non la giustifica, perché giustificare significherebbe impedire di crescere.

L’uscita dal flagello dell’Aids per le popolazioni africane ha bisogno di ben altro. Ed è quanto stanno facendo i missionari e le missionarie, persone, singole e associate, movimenti di volontariato, cristiani e laici che uniscono l’amore all’esperienza maturata sul campo. Sono le uniche fonti credibili per indicare la giusta strategia di soluzione per questo come per altri problemi.

Ragion per cui va respinta al mittente anche l’incredibile accusa del Parlamento belga contro Benedetto XVI e le sue considerazioni sull’Aids e il preservativo. Oltre tutto, fatta sulla base di stralci di una breve intervista sull’aereo che lo portava in Africa. È poi evidente, come hanno riconosciuto autorevoli giornali laici di tutto il mondo, che nessun Paese con un’epidemia generalizzata è riuscito a debellare le infezioni con campagne centrate sull’uso del solo preservativo.

Come ha ricordato il Papa, la soluzione è nell’"umanizzazione della sessualità" e nell’assistenza e nelle cure delle persone ammalate. Forse, viene il sospetto che dietro all’insolito attacco a Benedetto XVI ci sia la cattiva coscienza dell’Occidente, che continua a depredare gli africani delle loro risorse naturali, dando in cambio armi e preservativi in abbondanza, con la complicità dei corrotti regimi locali. Le parole del Papa, che ha mostrato una Chiesa vicina alle sofferenze della gente, hanno dato fastidio agli ipocriti potenti, senza scrupoli, che non hanno a cuore le sorti dell’Africa.

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domenica, 05 aprile 2009

Aids, farmaci e diritti - 2003

Un piccolo passo avanti nella lotta contro le malattie che flagellano l’Africa. L’Unione europea ha approvato un meccanismo che renderà più agevole l’acquisto a prezzi ridotti di farmaci contro aids, tubercolosi e malaria da parte di 76 paesi poveri, molti dei quali, appunto, africani.
L’iniziativa contempla anche il blocco del fenomeno della reimportazione in Europa di queste medicine, le cui confezioni verranno segnate con un logo facilmente riconoscibile alle dogane.
Su questo tema vi proponiamo l’anteprima dell’articolo di Raffaella Ravinetto – Medici Senza Frontiere – pubblicato sul numero di giugno di Nigrizia.


Negli ultimi tre anni la società civile internazionale si è mobilitata con forza sullo scandaloso problema della mancanza d’accesso delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo alle terapie antiaids e, in particolare, ai farmaci antiretrovirali efficaci nel migliorare la qualità e prolungare l’aspettativa di vita. Questa mobilitazione, che ha visto coinvolto il Nord come il Sud del mondo, ha permesso di ottenere una serie di risultati.

In breve:
a) i prezzi della terapia antiretrovirale di prima linea sono diminuiti da più di 10mila dollari l’anno per paziente a meno di 300, principalmente come risultato della competizione fra prodotti originali e corrispettivi generici (il prezzo più basso è accessibile solo per quei paesi che possono o scelgono di utilizzare prodotti generici);

b) la dichiarazione della Conferenza interministeriale dell'Omc/Wto (Organizzazione mondiale del commercio) tenutasi a Doha nel novembre del 2001, ha affermato la priorità della protezione della salute pubblica rispetto alla protezione degli interessi economici;

c) nell'aprile 2002 gli antiretrovirali sono stati inclusi nella lista dei farmaci essenziali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che ha in questo modo sancito che un farmaco salvavita è sempre "essenziale" indipendentemente dal prezzo, e che il costo elevato non può costituire una ragione per escludere gruppi di pazienti dal diritto alla terapia;

d) su impulso dei paesi in via di sviluppo (pvs) è stato creato dall’Oms il progetto di "pre-qualificazione" dei farmaci antiretrovirali e per le malattie opportuniste: uno strumento che offre a governi ed organizzazioni impegnate nella lotta contro l’aids, la possibilità di una scelta ragionata (prezzo e qualità) fra i diversi prodotti, sia originali che generici, presenti sul mercato. Così per la prima volta l’Oms ha affermato pubblicamente l’equivalenza fra antiretrovirali originali e certi corrispettivi generici.
Oggi è possibile trattare pazienti con una terapia antiretrovirale di prima linea utilizzando esclusivamente alcuni prodotti generici, la cui qualità è stata verificata dall’Oms e che sono molto meno costosi dei corrispettivi "originali", anche quando offerti a prezzi "preferenziali" per i pvs;

e) l’impegno preso dalla comunità internazionale di espandere la terapia nei pvs è stato quantificato nell’obiettivo di "tre milioni di pazienti trattati entro il 2005";

f) per volontà di Kofi Annan è stato creato il Global Fund per finanziare la lotta all’aids, tubercolosi e malaria; g) è ormai ampiamente diffusa la consapevolezza che è possibile introdurre la terapia antiretrovirale nei pvs, e con ottimi risultati terapeutici, come dimostrano i progetti pilota;

g) si è affermata la consapevolezza che prevenzione e terapia si rafforzano vicendevolmente e non devono essere vissute come scelte alternative, ma come elementi fondamentali e complementari della lotta all’aids.

< Nonostante questi successi, il numero di pazienti attualmente in terapia dimostra che gli strumenti esistenti non sono adeguatamente utilizzati: 6-9 milioni di persone affette da aids che vivono nei pvs hanno raggiunto uno stadio clinico avanzato e dovrebbero ricevere la terapia antiretrovirale adesso per continuare a vivere, ma non più di 300mila erano in terapia alla fine del 2002 (dati Oms, dicembre 2002).

Per capirci: in Africa subsahariana 4,1 milioni le persone necessitano della terapia antiretrovirale, ma solo 50mila sono in terapia.
Le ragioni di questo fallimento vanno ricondotte a un'insufficiente volontà politica di fondo. Ma anche a fattori specifici quali la mancanza di finanziamenti adeguati da parte della comunità internazionale (il Global Fund ha raccolto fino all’ottobre del 2002 solamente 2,1 miliardi di dollari, rispetto ai 9 ritenuti necessari); il non sufficiente ricorso alle misure – previste dagli accordi dell'Omc relativi al diritto di proprietà intellettuale (Trips) - che permettono di acquistare i prodotti farmaceutici meno costosi fra quelli di qualità presenti sul mercato internazionale.

Un'esperienza di Medici Senza Frontiere in Camerun ci dice che la possibilità di acquistare farmaci generici di qualità ha permesso ridurre di quasi dieci volte il costo annuale per paziente di una terapia di prima linea: si è passati da 3.000 dollari nel 2001 a 350 nel 2002. È evidente che chi può acquistare uno stesso farmaco a prezzi inferiori potrà utilizzare i fondi risparmiati per trattare un numero superiore di pazienti, o per migliorare le strutture sanitarie di riferimento, o per formare adeguatamente il personale locale… insomma per migliorare l’accesso alla salute in senso globale.

Certo i prezzi non sono diminuiti in maniera rilevante per le terapie di seconda linea, per le quali mancano ancora corrispondenti generici pre-qualificati ed esiste di conseguenza un monopolio del detentore del brevetto.

< Tra i fattori di freno alla lotta all'aids c'è la mancanza di informazioni sui prezzi realmente accessibili in ciascun paese: determinati prodotti che sono offerti a prezzi bassi per i pvs, dunque, teoricamente accessibili, spesso non sono praticamente presenti in molti paesi: talora perché il farmaco dovrebbe essere acquistato all’estero (spesso in Europa, Usa, India…) e non c’è un sistema di stoccaggio e distribuzione a livello nazionale o almeno regionale; talora perché il programma di prezzo preferenziale offerto dall’azienda detentrice del brevetto non riguarda quel determinato paese; talora perché l’azienda produttrice non ha neppure presentato la domanda di autorizzazione all’immissione sul mercato in quel determinato paese.

Da rilevare infine una sconcertante mancanza di attenzione per i bambini affetti da aids nei pvs. Non ci sono programmi dedicati alla terapia dei bambini né formulazioni farmaceutiche adattate per rendere più semplice l’assunzione dei farmaci.

E questo a fronte di un quadro epidemiologico allarmante: nel 2001, i bambini con Hiv-aids erano nel mondo 2 milioni e 700mila, con 800mila nuove infezioni (nonostante i programmi per la riduzione della trasmissione materno-infantile) e 580mila morti. Purtroppo questi bambini non hanno un valore "produttivo" per la società e le loro morti – evitabili - sembrano creare meno preoccupazione che non l’aumento della mortalità per aids nelle fasce economicamente attive della popolazione. E ciò nonostante le dichiarazioni di principio sul diritto di ogni essere umano alla salute.

Dunque la società civile non deve abbassare la guardia. E non solo per ciò che riguarda l’accesso ai farmaci antiaids, ma anche rispetto al tema più generale dell’accesso a terapie adeguate per ogni tipo di patologia nei pvs.

L’emergenza crescente di nuove resistenze farmacologiche (malaria, infezioni delle vie respiratorie, infezioni intestinali, eccetera, rispondono sempre meno alle terapie tradizionali) sta determinando e determinerà la necessità di sostituire i "vecchi" farmaci essenziali disponibili a basso prezzo con nuovi farmaci essenziali, spesso di sintesi recente, sotto brevetto e costosi.

Per la maggior parte dei paesi poveri, la possibilità di avere accesso a versioni "generiche" meno costose rappresenterà sempre più un elemento indispensabile per potere fare fronte ai problemi di salute pubblica in modo efficace. È pertanto fondamentale che la comunità internazionale identifichi meccanismi efficaci e semplici, che garantiscano ad ogni paese la possibilità di acquistare a basso costo i farmaci essenziali, senza limitazioni legate al tipo di patologia e senza appesantimenti e rallentamenti burocratici.

In base alle normative internazionali attuali, la produzione di versioni generiche di farmaci sotto brevetto grazie all’emissione di una licenza obbligatoria è permessa «prevalentemente per utilizzo nel paese produttore». Perciò, a partire dal 2005, quando tutti i paesi con capacità produttiva avranno recepito gli accordi Trips dell'Omc, i paesi senza capacità produttiva rischieranno di trovarsi nell’impossibilità di importare farmaci generici a basso costo.

Il paradosso è che i paesi più ricchi con capacità produttiva propria potranno teoricamente accedere a farmaci meno costosi, perché prodotti localmente; mentre i più poveri fra i poveri potrebbero trovarsi nell’impossibilità di farlo, perché non in grado di produrli e non autorizzati a importarli.

Negoziazioni in questo senso sono in corso nell’ambito dell'Omc: il problema doveva essere risolto entro la fine del 2002, ma il conflitto costante fra diritto alla salute e tutela dei diritti di proprietà intellettuale ha impedito un accordo. Se ne riparlerà probabilmente alla prossima conferenza interministeriale dell'Omc/Wto.

Raffaella Ravinetto di Medici Senza Frontiere
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sabato, 28 marzo 2009

Migranti

“Attraverso i volti dei migranti, abbiamo imparato a conoscere i segnali che venivano dal profondo del fenomeno migratorio, i messaggi che giungevano dall'Africa, da gente disperata in fuga da guerre e povertà; dapprima abbiamo visto volti di uomini stanchi e impauriti, poi di donne, sole o con i figli; e da allora il popolo di Lampedusa si è fatto migrante con i migranti… conosciamo il fenomeno migratorio forse meglio di molti altri, perché lo vediamo bussare alla nostra porta; vediamo gente del sud che arriva in questo luogo di un altro sud e dove fin dal 1994, anno del primo sbarco, ha trovato pietà umana, carità e accoglienza…poi venne lo stato e con esso la polizia e la fine, per i lampedusani, del diritto di dire e di fare…la popolazione di Lampedusa viene tenuta lontana, proprio quando il suo contributo potrebbe essere essenziale per capire e comprendere dinamiche importanti. Pensiamo di essere stati ridotti a vittime sacrificali, noi insieme ai migranti, di interessi molto più ampi che portano a Roma o anche in Europa. Non è dalla forza che si misura la bontà di un governo, ma dalla sua capacità di difendere i più deboli”.

[Il parroco di Lampedusa, don Stefano Nastasi, parlando ieri ai delegati Caritas riuniti sull'isola, sottolineando la necessità di rivedere politiche, ma anche modi di rappresentare una realtà a volte presentata in maniera distorta e proponendo un “Tavolo permanente sul Mediterraneo, quale crocevia di popoli e non di scontri, quale momento di dialogo e non campo di battaglia per una nuova guerra tra poveri”].
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venerdì, 06 febbraio 2009

Una lettera per tutti i giovani

Carissimo giovane e carissima giovane,

 

una parola da amico.

 

Anche se oggi scrivere lettere sembra non andare più di moda, tuttavia vorrei usare questa strada per entrare in dialogo con te, per raccontarti quello che penso e che mi sta a cuore e per condividere possibilmente una speranza in cui credo personalmente.

 

Ricordi e sogni di ragazzo

 

Io sono stato bambino dopo l’ultima guerra. Ho visto le rovine; ho sofferto la paura e la fame; so cosa vuol dire non aver più la casa; mi ricordo le urla di disperazione dei miei vicini di casa all’annuncio della morte di un familiare.

 

Poi sono venuti l’armistizio, la liberazione, la pace. Soprattutto è tornata la speranza. Non si aveva ancora nulla, ma si guardava avanti; lo Stato non provvedeva né cibo, né mezzi di trasporto; né pensioni; né sanità: bisognava far da soli.

 

Ma non ci si lamentava di nulla, perché ognuno doveva ricostruire questo Stato. Ciascuno ne era parte. Le poche cose che potemmo poi avere (due scarpe nuove; un palloncino; una cartella per la scuola; un dolce; un po’ di riscaldamento, ecc…) ci davano gioia e gratitudine. Eravamo contenti.

 

Così ho potuto studiare con impegno, anche se debole di salute. Ho guardato con fiducia alla Nazione che si ricostruiva dal suo sfacelo. Ho capito che anch’io potevo far qualcosa per tale ricostruzione. Sapevo di Nazioni ricche dove c’era abbondanza e sperpero. Ma non avevo tempo per far confronti. Il confronto in me era “la guerra e la pace”, “la fame e la frugalità”, “lo sconforto e la progettualità”, “la paura e l’ardimento”.

 

E oggi…

 

Faccio un salto da canguri verso la situazione attuale che ti riguarda. È vero tu oggi hai tante cose: la pace, un po’ di denaro; vestiti, scarpe, mezzi di trasporto, divertimenti, il cibo che desideri, la scuola, ecc…

 

Spesso per molti la vita ti si presenta così: l’ideale è “farsi vedere”, diventare “velina” = “voglio che mi guardino”; la bussola del comportamento è la moda = “così fan tutti”; i Narcisi riempiono le TV e narcotizzano le masse = “tutto il mondo è attorno a me”; la cultura più praticata è il quiz = “i soldi arrivano facilmente”.

 

Ma tutto questo cosa porta con sé? Siamo diventati come ricci; ci chiudiamo in noi stessi, ci abbarbichiamo ai nostri diritti; assorbiamo dalla vita ciò che fa per noi, e il resto… vada come vada.

 

Forse anche tu sei tentato di invidiare i furbi; vedi qualcuno che soffre, ma preferisci non essere coinvolto; vedi i poveri nel mondo, ma senti che la cosa non ti tocca.

 

Oggi molte persone sono spesso preda ad un sentimento di insoddisfazione di tutto e di tutti. Credo che manchi la cosa più importante: la gioia e la serenità.

 

Allora vorrei dirti…

 

Cosa fare per cambiare rotta e riprendere la strada giusta per una società più ordinata, più solidale e in definitiva più umana?

 

Eccomi a te come vescovo e amico, pronto a mettermi in strada con te ed ogni giovane, per camminare insieme sui sentieri della gioia, quella che nessuno potrà mai toglierci, quella che sorge dal profondo del cuore perché viene come un dono dall’Alto.

 

La gioia cristiana non è una semplice emozione forte e passeggera, né un’esperienza piacevole come un divertimento. Ecco perché tanti tuoi coetanei sono delusi, perché le emozioni, pur belle, non bastano affatto per riempire una vita. La vera gioia nasce dalla passione di cercare ciò che è vero e proprio perché è vero ti fa bene.

 

La gioia cristiana non è ingenua! La gioia del cuore ti permette di volgere lo sguardo di speranza sul mondo anche se spesso è lacerato da lotte e violenze. Il dolore e le difficoltà attraversano l’esistenza, ma la gioia ti permette di andare avanti.

 

La gioia dunque è prima di tutto una pace interiore. Tu hai bisogno di gioia, ma spesso incontri solo il frastuono. Questo ti svuota e ti stanca, quella invece ti ricarica. Tante persone cercano la gioia, e trovano soltanto l’allegria. È troppo poco, perché l’allegria è esteriore, mentre la gioia rimane, anche quando qualcosa va storto.

 

La gioia vince ogni noia, perché è vita che cammina verso un obiettivo, perché è tempo donato e non preteso, perché è vittoria sulla solitudine.

 

Non ho intenti propagandistici. Ho solo la missione data da Gesù agli Apostoli: “andate e insegnate ciò che io ho detto”. Il Vangelo infatti è sempre la Parola di Dio, e – di riflesso – è la più efficace verità per l’uomo. Perciò anche per me e per Te.

 

Non cedere al clima deprimente e istintivo che sembra dominare tutto e tutti nell’attuale società. Grida a Dio: “venga il suo Regno”, e accogli Cristo anche se attorno a te vedi molti che Lo respingono o Lo ostacolano.

 

Un giorno avrai responsabilità personali, familiari, sociali, politiche. La gioia dell’animo non è accontentarsi in tutto e per tutto, ma è la certezza che non sei solo, che tua vita vale e che puoi farcela. Sei unico e irripetibile! Non lasciarti vivere: fai esplodere la vita in te!

 

Vedi, lo stile di vita segnalato dal Vangelo, ha in sé un’immensa capacità di riempire i vuoti di esistenza affinché la tua vita non ti sembri “inutilizzata”. Mi ha colpito molto un giovane che, dopo un lungo dialogo, ha detto: “non mi importa niente di niente”. Quanta amarezza e delusione ho colto in quel giovane. Non è bello vivere così, non è giusto. La scommessa che vorrei fare con te è questa: fidati di Cristo!

 

A questo punto devi cercare amiche ed amici, che condividano con te la nuova esperienza. Ti è necessaria una comunità di persone vive, la Chiesa, dove tra alti e bassi potrai sentire la presenza del Signore con la sua Parola, la sua forza, la sua speranza.

 

Di tutto questo avrei tanto desiderio di parlare con Te, negli incontri che andiamo organizzando nelle varie zone della diocesi. Io certamente imparo molto da questo contatto con i giovani, perché conosco meglio ciò che pensate, soffrite, desiderate, criticate, chiedete. E spererei di poter offrire qualche utile proposta per il tuo vivere attuale e futuro. Dunque, arrivederci!                                                             

 

Ferrara 11 gennaio 2009                               + Paolo, vescovo di Ferrara-Comacchio

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giovedì, 22 gennaio 2009

AI POLITICI ITALIANI

Roma, 03/01/2009


Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica di aggressione israelianaLa popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti,  pagano il prezzo dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale. Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una  minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli.

Ma  basta con l' impunità  di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti. Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale. Furto di  terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati,  colonie che  crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.

Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che  lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con  sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia  loro per diritto divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti  senza elettricità perché muoiano.

Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra  loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete  tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947. Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il  dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani:  Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l' occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l'occupazione.

 

Dio mio in che mondo terribile viviamo!

Luisa Morgantini,

vice presidente del Parlamento Europeo

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domenica, 23 novembre 2008

È morto Sandro Curzi, voce della sinistra

da Il Corriere della Sera, 22/11/2008 

ROMA - È morto a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Nato a Roma il 4 marzo 1930, aveva 78 anni. Alle 17 sarà allestita la camera ardente in Campidoglio. E sempre in Campidoglio si svolgeranno lunedì alle 11.30 i funerali laici.

Resistente partigiano a 13 anni, comunista iscritto già a 14, chiamato a 19 anni da Enrico Berlinguer a ricostruire la Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), Curzi ha vissuto tutta la sua vita fedele, pur senza rigidità, alle idee di gioventù passando con Fausto Bertinotti a Rifondazione Comunista alla fine degli anni '90.

Il suo impegno politico si è svolto all'interno dei mass media, dal primo articolo, quando era ancora adolescente, sull'Unità «clandestina» per raccontare l'assassinio di uno studente da parte di fascisti repubblichini, al ruolo di capo redattore nel mensile della Fgci Gioventù nuova, diretto da Enrico Berlinguer, fino alla vice direzione di Paese Sera, alla direzione del Tg3 e a quella di Liberazione. Curzi ottenne nel 1944, nonostante la minore età, la tessera del Pci.

Tra il '47 e il '48 lavora al settimanale Pattuglia insieme a Giulio Pontecorvo e, nel '49, a la Repubblica d'Italia fino a diventare capo redattore di Gioventù nuova diretta da Enrico Berlinguer. Inviato nel '51 nel Polesine per raccontare le conseguenze dell'alluvione, vi rimane come segretario della Fgci.

Nel '56 fonda Nuova generazione e nel '59 passa all'Unità, organo del Pci per il quale l'anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la fasi dell'indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah. Dopo essere stato direttore dell'Unità, nel 1964 diventa responsabile stampa e propaganda della direzione del Pci. Negli anni '60 collabora fra l'altro alla crescita della radio Oggi in Italia che trasmetteva da Praga ed era seguita in molte parti d'Europa da emigranti italiani.

La stagione più calda, quella del '68 e poi dell'autunno del '69, della strage di Piazza Fontana e dei fatti che seguirono nei primi anni '70, Curzi la seguì da vice direttore di Paese Sera.

Dalla metà degli anni '70 arriva l'impegno con la televisione: entra infatti in Rai nel 1975 con un bando di concorso indetto per l'assunzione di giornalisti di «chiara fama» disposti a lavorare come redattori ordinari e comincia dal Gr1 diretto da Sergio Zavoli.

Nel '76, con Biagio Agnes e Alberto La Volpe, dà vita alla terza rete televisiva della Rai mentre nel 1978 è condirettore del Tg3 diretto da Biagio Agnes. In questa veste "scopre" Michele Santoro e collabora alla realizzazione del programma Samarcanda.  

Diventa direttore del Tg3 nel 1987 dando al telegiornale una impronta inconfondibile, veloce e aggressiva che dà voce alle istanze della sinistra italiana interpretando gli umori di una crescente insofferenza verso la cosiddetta prima Repubblica. Soprannominato per questo, dagli avversari politici, «Telekabul» (dalla capitale dell'Afghanistan occupata dall'Urss negli anni '70), il Tg3 cresce in spettatori (da poco più di 300 mila ai 3 milioni del '91) e autorevolezza.

Nel '92 pubblica con Corradino Mineo il libro «Giù le mani dalla Tv» (Sperling e Kupfer) e nel '93, in contrasto con il nuovo consiglio d'amministrazione della cosiddetta Rai dei professori (direttore generale Gianni Locatelli e presidente Claudio Demattè), si dimette. Passa prima a dirigere il Tg dell'allora Tele Montecarlo e poi, dal 1998 al 2005, dirige Liberazione.

Dal 2005, eletto con i voti di Rifondazione, dei Verdi e della sinistra del Pds, era consigliere d'amministrazione della Rai di cui per tre mesi è stato anche presidente in qualità di consigliere anziano, prima di lasciare il posto a Claudio Petruccioli.

Comunista e antifascista convinto, politico abile, Curzi si è spesso distinto per posizioni non banali e non sempre in linea con i diktat di partito: basti pensare alle aperture, allora non scontate, del suo Tg3 alle posizioni di Papa Giovanni Paolo II o, più di recente in Rai, all'astensione sulla proposta di licenziamento del direttore di Rai fiction, Agostino Saccà.

Tra le sue esperienze va ricordata nel '94 la pubblicazione del libro «Il compagno scomodo» (Mondadori) e nel '95 una curiosa partecipazione al Festival di Sanremo dove canta nel gruppo «La riserva indiana» col nome, palesemente autoironico per chi era stato soprannominato Kojak, di grande capo Vento nei Capelli, eseguendo la canzone «Troppo sole». Era sposato dal 1954 con Bruna Bellonzi, anch'essa giornalista. Era padre di Candida Curzi, giornalista dell'Ansa.

postato da coccolo alle ore 09:39 | link | commenti
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mercoledì, 12 novembre 2008

Da La Repubblica, 11/11/2008

Gli danno fuoco mentre dorme in strada
in gravi condizioni un clochard di Rimini

RIMINI - Lo hanno cosparso di benzina mentre dormiva su una panchina in via Flaminia, a Rimini, e gli hanno dato fuoco. L'uomo senza fissa dimora si è salvato solo grazie a una ragazza che questa notte, verso l'una, passando sulla strada, lo ha visto avvolto dalle fiamme e ha chiamato il 118.

L'uomo ha riportato ustioni di secondo e terzo grado sul 40 per cento del corpo. E' stato trasportato d'urgenza al reparto grandi ustionati dell'ospedale di Padova. I medici hanno assicurato che la sua vita non è in pericolo ma si sono riservati la prognosi.

Il senzatetto è arrivato vigile in ospedale e ha detto di chiamarsi Andrea Rizzo, 46 anni, di Taranto, ma dovrebbe invece chiamarsi Andrea Severi. L'equivoco è nato anche dal fatto che l'uomo fornisce di solito il cognome di Rizzo che però sembra appartenere a un parente. Ha detto anche, nonostante fosse sotto choc, di essersi svegliato per il grande calore che lo avvolgeva e di non aver notato nessuno nelle vicinanze. Accanto alla panchina sulla quale dormiva è stata rinvenuta dai vigili del fuoco una bottiglia vuota che odorava di liquido infiammabile con il quale probabilmente è stato dato fuoco all'uomo.

Qualunque siano le sue generalità, l'uomo è un senzatetto conosciuto dalle associazioni di volontariato che operano a Rimini, in particolare dalla Capanna di Betlemme che spesso ha avuto contatti con lui anche se si rifiutava di andare a dormire da loro nonostante le ripetute offerte di riparo. Cristian Gianfreda, uno dei volontari dell'associazione, ha detto di conoscerlo, e lo definisce gentile e tranquillo. "Non ha problemi con la giustizia né con qualcuno in particolare. E' solo un individuo con un dramma personale che cerca di scappare da una situazione difficile, tutto qui". Un gruppo di uomini della Capanna è partito per Padova, dove si è recata anche una squadra della polizia scientifica di Rimini per rilevare le impronti digitali dell'uomo e per verificare la sua identità.


Secondo il volontario della Capanna di Betlemme sarebbe intanto da escludere l'ipotesi del tentativo di suicidio: "Andrea è un solitario che rifugge i luoghi affollati come le stazioni" ha spiegato Gianfreda, "ma questo lo ha anche tenuto lontano dalla nostra sede, nella quale pure a volte lo abbiamo accolto. Ma il fatto di stare sempre da solo ne ha fatto probabilmente un facile bersaglio per qualche malintenzionato che voleva mettere in atto una barbarie. Lui fra l'altro staziona sempre sulle stesse panchine, quindi tutti sapevano dove trovarlo".

Ignoti i responsabili del gesto sconsiderato, ma è certo che non appena verranno identificati "saranno duramente perseguiti" ha assicurato il sindaco del capoluogo romagnolo, Alberto Ravaioli. Commentando a caldo l'accaduto, il primo cittadino ha giudicato l'episodio un "atto gravissimo". "Sentiremo come sono andati esattamente i fatti. Si tratta di un gesto esecrabile e cercheremo di trovare i responsabili che saranno duramente perseguiti", ha aggiunto.

Sgomento da parte delle autorità locali, delle tante associazioni di volontariato e del centro sociale Paz che ha convocato un presidio pubblico "per Andrea e la sua vita". "E' doveroso denunciare con tutte le forze questo atto di violenza premeditata" ha scritto la Diocesi di Rimini, convinta che si tratti di "un gesto terribile che non appartiene alla cultura di questa città".

"Verrebbe da dire che l'episodio si commenta da solo, ma occorre invece commentare con indignazione", ha affermato Paolo Pezzana, presidente della Fiopsd, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora. "Non è la prima volta, e temiamo che non sarà l'ultima, perché la cultura dell'intolleranza che sta dilagando in modo subdolo, negata da tutti però praticata nella realtà, poi ha delle conseguenze, fa delle vittime - ha proseguito Pezzana - La lotta contro questa banalizzazione non deve finire, ed è per questo che non si può lasciare che questi episodi si commentino da soli".

postato da coccolo alle ore 09:43 | link | commenti (1)
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lunedì, 10 novembre 2008

Gelli e l'allievo con cappuccio e grembiulino

Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 un commando di neofascisti penetrava indisturbato nell'armeria del Viminale, sede del ministero dell'interno, e trafugava duecento mitra.

Nelle stesse ore un'autocolonna di 197 uomini armati, montata su 14 camion si dirigeva sotto la pioggia da Città Ducale verso Roma, mentre da Cremona un reparto di artiglieria, comandato da Amos Spiazzi, convergeva su Sesto San Giovanni.

Era la notte del golpe dell'Immacolata, dell'operazione Tora-Tora, con a capo Iunio Valerio Borghese, con le complicità dell'allora capo del Sid Vito Miceli e di parte dello stato maggiore dell'esercito e dell'arma dei carabinieri.

Il golpe fallì.

Una misteriosa telefonata ai capi della spedizione bloccò l'operazione. Quel contrordine, secondo quanto riferisce la relazione della commissione parlamentare d'inchiesta del 1995 guidata dal senatore Giovanni Pellegrino, sarebbe arrivato proprio da Licio Gelli, uno dei golpisti e capo della loggia P2.

Era venuta meno la disponibilità dell'arma dei carabinieri e non era stato assicurato l'appoggio finale degli Usa.

Gelli, secondo i piani stilati dal principe nero Borghese (che nel marzo dell'anno dopo fuggì nella Spagna franchista dove morì portandosi nella tomba non pochi misteri), avrebbe dovuto arrestare al Quirinale, dove aveva libero accesso, l'allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Licio Gelli nei giorni scorsi è ritornato alla ribalta sfruttando gli schermi di una tv compiacente. Il suo messaggio oracolare è stato subito netto, designando pubblicamente il suo erede politico, colui che sta realizzando il Piano di rinascita democratica elaborato dalla P2: Silvio Berlusconi.

Fantasmi minacciosi riemergono dalla densa fanghiglia che copre la zona d'ombra della nostra Repubblica in uno dei momenti più controversi della storia italiana. Licio Gelli, condannato per bancarotta fraudolenta nel crack dell'Ambrosiano, per depistaggio sulla strage di Bologna, per calunnia ai magistrati. Franchista e repubblichino, uomo dei misteri e dei depistaggi. Grande inquinatore e intossicatore della vita pubblica e burattinaio di uomini delle istituzioni. Nelle sue liste (scoperte dai magistrati Turone e Colombo nel 1981) c'era di tutto. Come è noto, anche Silvio Berlusconi. In compagnia di 52 ufficiali dei carabinieri, 9 dell'aeronautica, 29 della marina, 50 dell'esercito, 37 della guardia di finanza e 6 della polizia. I capi dei servizi segreti. Uomini dell'eversione nera. Giornalisti, magistrati, finanzieri, editori, parlamentari e uomini politici (dal Msi alla Dc passando per il Psi, il Psdi e il Pri), imprenditori. Dopo la scoperta del complotto molti protagonisti si sono inabissati nell'oblio, altri si sono riciclati in silenzio per ricomparire come d'incanto da protagonisti della vita pubblica.

Il progetto politico della P2, secondo le conclusioni della commisione parlamentare d'inchiesta presieduta da Tina Anselmi, prevedeva i magistrati sottoposti al potere politico, lo smantellamento della scuola pubblica, il controllo dei giornali, il declino della Rai a favore delle televisioni private. Per cambiare il volto della Repubblica aveva costruito una struttura occulta che come un cancro stava minando le istituzioni.

Dopo anni Gelli riemerge nell'Italia del revisionismo e del disprezzo verso le regole democratiche. Dominata da un impero mediatico privato che impone l'informazione e i modelli culturali e sociali, da una tirannia esplicita della maggioranza che ha vinto le elezioni, che ha in odio la Resistenza e mal sopporta la Costituzione e i suoi principi, che sta smantellando l'istruzione e la Tv pubblica, che ha dichiarato guerra alla magistratura, agli studenti e agli insegnanti, agli immigrati. Che divide i sindacati. Il piano di Gelli rapidamente si sta realizzando. L'eredita del burattinaio di Pistoia è ora consegnata nelle mani di Silvio Berlusconi, già iscritto alla P2 (numero di tessera 1816) e "che ha la tempra del grande uomo" come l'ex Venerabile ha riconosciuto. Ma per capire quanto sta accadendo non c'era bisogno di aspettare la comparsata televisiva dell'ex capo della massoneria deviata.

Qualcuno definisce Gelli un mestatore di piccolo calibro. Può darsi che lo sia. Ma per la nostra affannata e indebolita democrazia repubblicana, guidata da un governo che ha i neofascisti nella sua maggioranza, anche un vecchio provocatore può aiutare la deriva autoritaria di un'Italia senza anticorpi sufficienti.

Vindice Lecis

postato da coccolo alle ore 17:38 | link | commenti
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Ho capito che per sapere davvero qualcosa su una persona bisogna conoscerla... Per quanto mi sforzi, non è in queste righe che si può avere la "pretesa" di conoscermi.

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